COREA DEL NORD
Quadro giuridico relativo alla libertà religiosa ed effettiva applicazione
La Costituzione del 1972 (rivista nel 2016) [1] della Corea del Nord – ufficialmente Repubblica Popolare Democratica di Corea (RPDC) – garantisce, all’articolo 68, la «libertà di credo religioso». Tale diritto comprende «l’approvazione della costruzione di edifici religiosi e lo svolgimento di cerimonie religiose». Tuttavia, la stessa disposizione precisa che «la religione non deve essere usata come pretesto per introdurre forze straniere o per danneggiare lo Stato o l’ordine sociale».
L’articolo 3 della Costituzione stabilisce che «la Repubblica Popolare Democratica di Corea è guidata nelle sue attività dall’idea Juche e dall’idea Songun, una visione del mondo incentrata sull’uomo, un’ideologia rivoluzionaria per realizzare l’indipendenza delle masse popolari». Juche indica l’ideologia dell’autosufficienza[2].
Il preambolo della Costituzione sancisce il ruolo di Kim Il Sung e di suo figlio e successore Kim Jong Il nella mitologia nazionale nordcoreana: «I grandi compagni Kim Il Sung e Kim Jong Il sono il sole della nazione e la stella polare della riunificazione nazionale. Considerando la riunificazione del Paese come il compito supremo della nazione, essi hanno dedicato tutti i loro sforzi e la loro cura alla sua realizzazione. […] Sotto la guida del Partito dei Lavoratori di Corea, la Repubblica Popolare Democratica di Corea e il popolo coreano innalzeranno i grandi compagni Kim Il Sung e Kim Jong Il quali leader eterni della Corea del Juche, e porteranno a compimento la causa rivoluzionaria del Juche difendendo e proseguendo le loro idee e conquiste»[3].
Il 4 dicembre 2020 la Corea del Nord ha promulgato la Legge sul rifiuto delle ideologie e culture reazionarie – comunemente nota come Legge contro il pensiero reazionario – che criminalizza l’accesso a contenuti culturali stranieri, in particolare ai media sudcoreani, considerati una minaccia all’unità socialista. La legge prevede pene severe, tra cui lunghe condanne detentive, lavori forzati e persino la pena capitale. Emendata nell’agosto 2022 per rafforzare ulteriormente il controllo ideologico, vieta espressamente il possesso e la distribuzione di testi religiosi, inclusa la Bibbia. Queste misure si inseriscono in un più ampio sforzo volto a sopprimere la libertà religiosa e a eliminare il pluralismo ideologico all’interno del Paese[4].
La legge nordcoreana sulla garanzia dell’educazione dei giovani, adottata dall’Assemblea Popolare Suprema nel settembre 2021, si inserisce in un più ampio quadro normativo volto a eliminare il dissenso ideologico e a rafforzare la lealtà al regime. Composta da cinque capitoli e 45 articoli, la legge definisce un elenco di comportamenti vietati per i giovani, proibendo esplicitamente l’esposizione a «culture straniere e capitaliste», a media religiosi o non socialisti non autorizzati e persino a specifici stili di abbigliamento o forme di espressione. Le violazioni sono punite con pene severe, che vanno da cinque a dieci anni di lavori forzati, fino alla pena di morte nei casi considerati più gravi. La normativa è stata applicata con particolare rigore nei confronti delle attività religiose non approvate tra i giovani: il possesso di Bibbie, materiali religiosi registrati o la partecipazione a pratiche spirituali è classificato come sovversione ideologica e perseguito ai sensi di questa legge, spesso in combinazione con la Legge sul Pensiero Reazionario del 2020[5].
Nel gennaio 2023, la Corea del Nord ha introdotto la Legge sulla tutela della lingua culturale di Pyongyang, che stabilisce il dialetto di Pyongyang come unico registro linguistico corretto per i cittadini del Paese. L’uso di altri dialetti, e in particolare di termini o espressioni provenienti dalla Corea del Sud, è punito con pene che includono fino a sei anni di lavori forzati, l’ergastolo o persino la pena di morte[6]. Alcuni episodi legati all’applicazione di questa normativa sono riportati nella sezione successiva.
Episodi e sviluppi
Nonostante le garanzie costituzionali, ogni singolo articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani viene di fatto negato al popolo nordcoreano. I cittadini sono obbligati a manifestare assoluta devozione alla dinastia dei Kim. Al centro del programma di indottrinamento vi sono i Dieci Principi per l’istituzione del sistema dell’unica ideologia (i Dieci Principi) [7], che modellano la vita di ogni nordcoreano fin dall’infanzia e stabiliscono che l’intera società debba credere esclusivamente nella famiglia Kim. Qualsiasi forma di deviazione o sospetta slealtà – in particolare l’adesione a una fede religiosa – è severamente punita.
Il sistema del Songbun classifica la popolazione in base alle origini familiari e al grado di lealtà al regime, determinando l’accesso a risorse essenziali come l’assistenza sanitaria e l’istruzione. In questo contesto, i cristiani sono collocati tra i gruppi considerati «ostili»[8].
Secondo la World Watch List 2025 di Open Doors International, la Corea del Nord è il Paese in cui i cristiani subiscono i più alti livelli di persecuzione al mondo[9].
Documentare singole violazioni dei diritti umani è estremamente difficile, a causa delle severe restrizioni all’accesso straniero. Per questo, i rapporti elaborati da commissioni internazionali e organizzazioni per i diritti umani sono fondamentali, pur basandosi su dati frammentari e parziali.
Nel Rapporto 2024 sulla libertà religiosa in Corea del Nord, il Centro di Documentazione per i Diritti Umani in Corea del Nord (NKDB) ha rilevato che il 96,6 percento degli intervistati ha dichiarato che le attività religiose «non erano permesse». Alla domanda se avessero mai partecipato segretamente a pratiche religiose, il 98,8 percento ha risposto negativamente. Solo il cinque percento ha riferito di aver visto oggetti religiosi, come una Bibbia. Secondo il rapporto, il 64 percento delle persecuzioni religiose era legato alla partecipazione a «attività religiose», mentre quasi il 18 percento riguardava il possesso di «oggetti religiosi». Soltanto il 4,7 percento ha affermato di aver visto altri partecipare a pratiche religiose segrete, che includono non solo raduni cristiani clandestini ma anche riti di altre fedi, come lo Sciamanesimo[10].
Anche le religioni popolari e le credenze tradizionali sono soggette a repressione. Lo Sciamanesimo è dichiarato illegale e può essere praticato soltanto clandestinamente, senza strutture organizzate, poiché i praticanti rischiano la detenzione o l’invio nei campi di rieducazione e di lavoro[11].
Dal 2019, inoltre, il regime ha intensificato le misure contro i seguaci del Falun Gong. Sebbene tale movimento spirituale sia già fortemente perseguitato in Cina, ha trovato diffusione anche in Corea del Nord, in particolare tra i lavoratori migranti presenti nelle zone di confine. Paradossalmente, la repressione ha accresciuto l’interesse verso il Falun Gong, che continua a diffondersi soprattutto attraverso reti clandestine a Pyongyang[12].
La capitale Pyongyang ospita cinque chiese autorizzate dal governo (tre protestanti, una cattolica e una ortodossa), «ma l’accesso a tali strutture per un’autentica attività religiosa, in particolare da parte della popolazione comune, è fortemente limitato»[13]. Nell’ottobre 2024, un prelato sudcoreano ha osservato che «la speranza di riconciliazione o di riunificazione tra Corea del Nord e Corea del Sud sta svanendo»[14].
Già uno degli Stati più isolati al mondo, la Corea del Nord ha ulteriormente irrigidito le proprie frontiere dall’inizio della pandemia di COVID-19, estendendo il controllo statale sotto il pretesto delle misure sanitarie. Secondo un rapporto di Human Rights Watch del marzo 2024, “A Sense of Terror, Stronger than a Bullet: The Closing of North Korea 2018–2023”, il regime ha introdotto nuove misure di sicurezza, tra cui ordini di sparare a vista, l’ampliamento delle recinzioni e l’aumento dei posti di guardia, bloccando quasi del tutto i movimenti transfrontalieri, compresi scambi commerciali e aiuti umanitari. Tra il 2020 e il 2023, la Corea del Nord ha costruito 482 chilometri di nuove recinzioni e ne ha rinforzati altri 260, come confermato da immagini satellitari. Questo rafforzamento delle barriere ha accentuato l’isolamento del Paese, ostacolando gravemente il flusso di informazioni e rendendo quasi impossibile monitorare la situazione sanitaria o la repressione interna – in particolare quella contro le minoranze religiose come i cristiani[15].
Nel marzo 2023, le autorità nordcoreane hanno condannato pubblicamente dieci giovani per aver guardato video provenienti dalla Corea del Sud e per l’uso di espressioni linguistiche sudcoreane. Alcune fonti riportano che il presunto “leader” del gruppo sia stato condannato a dieci anni di lavori forzati[16], mentre altre riferiscono che almeno due giovani abbiano ricevuto pene di dodici anni[17].
Durante il periodo in esame, le Nazioni Unite hanno intrapreso diverse iniziative multilaterali volte a monitorare e denunciare le violazioni dei diritti umani nella Repubblica Popolare Democratica di Corea. Il 4 aprile 2024, il Consiglio per i Diritti Umani ha rinnovato il mandato del Relatore Speciale sulla Corea del Nord e ha incaricato la redazione di un rapporto completo sui diritti umani, atteso per settembre 2025. La risoluzione sottolinea la necessità di garantire la responsabilità penale per gli abusi e collega tali violazioni al programma di armamenti nordcoreano.
Nel giugno 2024, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha tenuto un dibattito pubblico durante il quale l’Alto Commissario per i Diritti Umani, Volker Türk, ha denunciato le gravi violazioni dei diritti umani commesse dalla Corea del Nord, tra cui repressione politica, lavoro forzato e restrizioni alla libertà di movimento ed espressione. Türk ha inoltre richiamato l’attenzione sulle leggi volte a colpire il dissenso e a limitare l’accesso ai media stranieri, nonché sull’aggravarsi della crisi alimentare, chiedendo responsabilità internazionale e un rinnovato impegno della Corea del Nord con la comunità globale[18].
Il 17 dicembre 2024, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che esprime profonda preoccupazione per la situazione dei diritti umani nella Corea del Nord. Il documento sollecita Pyongyang a rispettare le libertà fondamentali — tra cui quelle di pensiero, coscienza, religione, opinione ed espressione — e invita ad abrogare leggi e pratiche che limitano tali diritti[19].
Accanto alle violazioni sistematiche della libertà religiosa all’interno della Corea del Nord, un ruolo significativo è svolto dalla Repubblica Popolare Cinese, che contribuisce ad aggravare tali abusi attraverso la politica di rimpatrio forzato dei disertori nordcoreani. Pechino giustifica questa prassi sulla base dell’accordo bilaterale di rimpatrio del 1986, interpretandolo in modo restrittivo e in contrasto con gli obblighi derivanti dalla Convenzione sui rifugiati del 1951 e dal Protocollo del 1967, cui la Cina è parte. Le organizzazioni per i diritti umani hanno criticato con forza questa posizione, rilevando che essa viola il principio di non-refoulement e mina le tutele internazionali contro la tortura e la persecuzione. I rimpatriati rischiano sistematicamente gravi abusi, tra cui detenzione arbitraria, torture, lavoro forzato e, nei casi legati ad attività religiose, persino l’esecuzione[20].
Nel 2023, oltre 200 disertori rimpatriati con la forza dalla Cina alla Corea del Nord sono stati internati in campi di prigionia. Coloro che avevano tentato di raggiungere la Corea del Sud o che avevano avuto contatti con cristiani durante la loro permanenza in Cina sono stati immediatamente inviati in questi campi. La semplice prova della lettura della Bibbia o dell’esposizione a insegnamenti cristiani costituiva motivo sufficiente per condanne a lungo termine, spesso all’ergastolo[21].
Nel gennaio 2024, le autorità cinesi hanno ribadito la propria posizione secondo cui i disertori nordcoreani sarebbero “migranti economici” e non rifugiati meritevoli di protezione internazionale. In un briefing con la stampa, un portavoce del Ministero degli Esteri ha dichiarato: «Non esistono cosiddetti disertori della Repubblica Popolare Democratica di Corea in Cina. Le persone entrate illegalmente per ragioni economiche non hanno status di rifugiati»[22].
Secondo NK News, circa 260 nordcoreani sono stati rimpatriati con la forza dalla contea di Changbai, nella provincia di Jilin, in Corea del Nord alla fine di aprile 2024[23]. Human Rights Watch ha inoltre riferito che, dalla chiusura della frontiera settentrionale da parte di Pyongyang all’inizio del 2020, le autorità cinesi hanno rimpatriato oltre 670 persone. Questo totale include più di 500 rimpatri del 9 ottobre 2023, 40 del 18 settembre 2023, 80 del 29 agosto 2023 e circa 50 nel luglio 2021[24].
La Cina ha intensificato gli sforzi per individuare e deportare i disertori nordcoreani fissando quote per la polizia e rafforzando la sorveglianza delle frontiere. Le misure adottate comprendono la creazione di nuovi centri di deportazione, l’uso di telecamere di riconoscimento facciale, pattugliamenti navali, monitoraggio dei social media e raccolta di dati biometrici. Secondo alcune fonti, oltre il 90 percento dei nordcoreani presenti in Cina ha già le proprie informazioni biometriche registrate presso le autorità[25]. Nel maggio 2024, il Ministero degli Esteri sudcoreano ha riaffermato il proprio impegno a impedire i rimpatri forzati, dopo che era emerso che le autorità cinesi avevano deportato in Corea del Nord tra 60 e 260 disertori nell’aprile dello stesso anno, una pratica ampiamente condannata dalle organizzazioni per i diritti umani[26].
Nell’ottobre 2023, diversi titolari di mandati speciali delle Nazioni Unite hanno esortato la Cina a porre fine ai rimpatri, sottolineando l’elevato rischio di torture, trattamenti inumani o degradanti e altre gravi violazioni a cui i rimpatriati sono esposti. Coloro che vengono accusati di “attraversamento illegale della frontiera” sono criminalizzati, mentre i sospettati di voler fuggire verso la Corea del Sud vengono etichettati come “traditori” e sottoposti a pesanti sanzioni, tra cui detenzione senza giusto processo, sparizione forzata o esecuzione[27].
Il 18 giugno 2024, le autorità di polizia della provincia di Liaoning hanno diramato direttive alle stazioni locali affermando che in Cina è vietata l’attività delle agenzie delle Nazioni Unite per i rifugiati e delle organizzazioni umanitarie di soccorso. Le direttive hanno inoltre avvertito che coloro che sostengono tali attività sarebbero soggetti a severe sanzioni per «favoreggiamento di violazioni della sovranità nazionale» [28].
Prospettive per la libertà religiosa
Il regime nordcoreano continua a reprimere ogni forma di espressione religiosa, imponendo la lealtà ideologica alla dinastia Kim attraverso i Dieci Principi, un’estesa rete di sorveglianza, pene draconiane e altre gravi violazioni dei diritti umani. Il Cristianesimo e le altre appartenenze religiose sono considerate minacce esistenziali: i fedeli rischiano incarcerazione, torture ed esecuzione per il solo possesso di materiali religiosi o per la partecipazione a culti clandestini, come documentato da testimonianze di disertori e rapporti sui diritti umani.
Dalla pandemia di COVID-19, la repressione si è ulteriormente intensificata. La chiusura delle frontiere e gli ordini di sparare a vista hanno accentuato l’isolamento del Paese, impedendo il monitoraggio esterno e i contatti religiosi. Leggi come la Legge sul Rigetto dell’Ideologia Reazionaria e della Cultura Sovversiva e la Legge sulla Tutela dell’Educazione Giovanile hanno rafforzato il controllo statale su movimento, linguaggio e pensiero, eliminando qualsiasi spazio per la fede religiosa. Nel frattempo, il rimpatrio forzato dei disertori nordcoreani da parte della Cina, inclusi coloro che hanno affiliazioni religiose, li espone a persecuzioni particolarmente gravi. Le prospettive per tutti i diritti umani, inclusa la libertà di religione o di credo, restano estremamente cupe.
Fonti