ETIOPIA
Quadro giuridico relativo alla libertà religiosa ed effettiva applicazione
La Costituzione dell’Etiopia del 1994 sancisce, all’articolo 11 (paragrafi 1 e 2), il principio di separazione tra Stato e religione. Il paragrafo 2 afferma che non esiste alcuna religione di Stato, mentre il paragrafo 3 stabilisce che lo Stato non può interferire negli affari religiosi, né la religione in quelli statali. L’articolo 27 garantisce la libertà di coscienza e di religione. Il primo paragrafo riconosce il diritto di manifestare la propria religione o credo attraverso il culto, l’osservanza, la pratica e l’insegnamento, individualmente o in comunità con altri, in pubblico o in privato. Il paragrafo 2 riconosce il diritto di istituire istituzioni per la diffusione delle proprie convinzioni religiose, mentre il paragrafo 3 tutela la libertà individuale di aderire a una religione a propria scelta. Il paragrafo 4 protegge il diritto dei genitori a educare i figli secondo le proprie convinzioni[1].
Nel preambolo, la Costituzione sottolinea l’obiettivo di «assicurare una pace duratura, garantire un ordine democratico e promuovere lo sviluppo economico e sociale», fondandosi sulle «ricche e orgogliose eredità culturali» del Paese e sulla «continua interazione a diversi livelli»[2].
La Costituzione vieta l’insegnamento religioso in tutte le scuole, pubbliche e private. L’articolo 90 (paragrafo 2) stabilisce che «l’istruzione deve essere condotta in modo tale da essere priva di qualsiasi influenza religiosa, partigianeria politica o pregiudizio culturale». L’educazione religiosa è invece consentita all’interno di chiese e moschee.
La Proclamazione sulla registrazione dei partiti politici, revisionata nel 2008, vieta (articolo 11, paragrafo 5) alle organizzazioni religiose di registrarsi come partiti politici[3].
Secondo la legge nota come Proclamazione delle organizzazioni caritatevoli e le associazioni, introdotta nel febbraio 2009, tutte le Chiese e i gruppi religiosi sono considerati organizzazioni caritative e, come tali, devono essere registrati come soggetti giuridici presso il Ministero della Giustizia[4], con obbligo di rinnovo ogni tre anni. In assenza di registrazione, tali gruppi non possono, ad esempio, aprire conti bancari o ottenere rappresentanza legale. Fanno eccezione la Chiesa Ortodossa Tewahedo Etiope (EOTC) e il Consiglio Supremo per gli Affari Islamici d’Etiopia (EIASC), esentati dall’obbligo di rinnovo.
Le Chiese e le altre agenzie impegnate in attività caritative o di sviluppo devono registrarsi separatamente, come ONG, presso la Agenzia per le organizzazioni caritatevoli e le associazioni, e sono quindi soggette alla normativa generale sulle organizzazioni non governative.
Le organizzazioni caritatevoli che ricevono oltre il dieci percento dei propri finanziamenti da fonti estere non sono autorizzate a condurre campagne in materia di diritti umani, diritti delle persone con disabilità o uguaglianza di genere. Possono tuttavia svolgere attività di natura caritatevole prive di finalità di advocacy, come l’istituzione di hospice, la realizzazione di progetti agricoli o programmi di riforestazione[5].
Le richieste di registrazione come gruppo religioso sono gestite dalla Direzione per la Fede e gli Affari Religiosi del Ministero della Pace. La registrazione attribuisce alle organizzazioni religiose personalità giuridica, permettendo ai loro membri di riunirsi, acquisire terreni per la costruzione di luoghi di culto e per la realizzazione di cimiteri[6]. I gruppi religiosi sono tenuti a presentare relazioni annuali e a redigere bilanci.
L’Etiopia è caratterizzata da una significativa diversità etnica e si definisce, ai sensi dell’articolo 8 (paragrafo 1) della Costituzione del 1994, come un Paese composto da «nazioni, nazionalità e popoli» distinti. Si contano oltre 80 lingue parlate. Le persone di madrelingua amarica, oromo, tigrina e somala costituiscono circa due terzi della popolazione[7]. L’articolo 5 della Costituzione garantisce pari status a tutte le lingue etiopi e conferisce a ciascuno degli undici stati regionali[8] (articolo 47, paragrafo 1) il diritto di scegliere la propria lingua ufficiale. Tuttavia, l’amarico è rimasto l’unico idioma ufficiale a livello federale, fatto che ha suscitato tensioni tra i principali gruppi etnici, con ripercussioni anche in ambito religioso. Nel 2020, il governo centrale ha aggiunto l’afaan oromo, l’afar, il somalo e il tigrino tra le lingue ufficiali federali[9].
Oltre alla diversità linguistica, l’Etiopia presenta un ampio pluralismo religioso in un contesto profondamente segnato dalla religiosità. Circa il 63 percento della popolazione, che supera i 130 milioni di abitanti, è cristiano, mentre il 34 percento è di fede islamica. I cristiani ortodossi rappresentano circa il 44 percento, concentrati soprattutto negli stati del Tigray e dell’Amhara, nonché in alcune aree dell’Oromia. I musulmani sunniti costituiscono poco più della metà della popolazione dell’Oromia e sono predominanti nelle regioni del Somali e dell’Afar. I cristiani evangelici e pentecostali rappresentano circa il 19 percento e si concentrano prevalentemente nel sud-ovest del Paese. I cattolici costituiscono circa lo 0,7 percento della popolazione[10].
Gli appartenenti all’etnia amhara, i tigrini e i gruppi che parlano lingue semitiche — in prevalenza cristiani ortodossi — risiedono principalmente sugli altopiani settentrionali e, storicamente, hanno avuto un ruolo dominante nella vita politica del Paese. I musulmani, i protestanti e i seguaci delle religioni tradizionali abitano prevalentemente le regioni di pianura del sud e dell’est dell’Etiopia[11].
Una legge del 2008 ha introdotto come reato penale l’incitamento all’ostilità tra religioni tramite i media[12], nonché la blasfemia e la diffamazione di leader religiosi[13]. Diverse iniziative promosse sia dalle autorità pubbliche sia dalla società civile mirano a favorire la convivenza interreligiosa e a prevenire o risolvere conflitti a sfondo religioso. Il governo ha inoltre istituito il Consiglio Nazionale Interreligioso per la Pace[14], che collabora con le amministrazioni regionali nella promozione della coesistenza religiosa.
Il governo etiope non concede visti permanenti ai religiosi stranieri, salvo nei casi in cui questi siano coinvolti in progetti di sviluppo gestiti da organizzazioni non governative registrate e affiliate alle rispettive Chiese. Tale politica, tuttavia, non viene generalmente applicata alla Chiesa Ortodossa Tewahedo Etiope (EOTC). Poiché la Chiesa cattolica è classificata come organizzazione caritatevole, ai membri del suo personale religioso straniero non è consentito ritirarsi nel Paese, sebbene possano continuare a operare anche oltre il limite d’età di 65 anni.
Nel mese di aprile 2021, l’Etiopia ha introdotto una riforma significativa del settore mediatico con l’adozione della Proclamazione sui media n. 1238/2021, entrata in vigore il 5 aprile dello stesso anno. Per la prima volta nella storia del Paese, la normativa ha autorizzato le organizzazioni religiose a richiedere licenze per le trasmissioni radiotelevisive. Sebbene tali licenze siano limitate a piattaforme satellitari e internet, la riforma ha segnato un cambiamento rilevante nel panorama mediatico nazionale, riconoscendo formalmente il ruolo delle istituzioni religiose nella sfera pubblica della comunicazione e offrendo loro la possibilità di raggiungere un pubblico più ampio tramite canali autorizzati[15].
Alcune festività religiose cristiane e musulmane sono riconosciute come giorni festivi ufficiali. Tra queste figurano il Natale ortodosso, l’Epifania, il Venerdì Santo, la Pasqua, il Meskel (festa della scoperta della Vera Croce), l’Eid al-Adha, il Mawlid (nascita del Profeta Maometto) e l’Eid al-Fitr[16]. I dipendenti pubblici di fede musulmana possono beneficiare di una pausa di due ore per la preghiera del venerdì, diritto che tuttavia non si estende al settore privato[17].
I tribunali della shariʿa hanno giurisdizione sulle questioni di stato personale nei casi in cui entrambe le parti siano musulmane e abbiano fornito il loro consenso[18].
La capitale, Addis Abeba, ospita importanti istituzioni internazionali, tra cui l’Unione Africana, la Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Africa, la Camera di Commercio e Industria Panafricana e la Forza Africana di Riserva.
Episodi rilevanti e sviluppi
Abiy Ahmed, cristiano pentecostale di etnia oromo, è Primo Ministro dell’Etiopia dall’aprile 2018. È stato insignito del Premio Nobel per la Pace nel 2019 per il suo ruolo nella risoluzione del conflitto con l’Eritrea[19]. Nei primi anni del suo mandato, il governo ha adottato misure volte a promuovere l’apertura politica, tra cui il rilascio di migliaia di prigionieri politici, il ritorno di leader religiosi e oppositori precedentemente in esilio, e la riapertura di organi di stampa in precedenza vietati. La promozione della tolleranza religiosa e il contrasto alla radicalizzazione sono diventati temi centrali del dibattito pubblico, con un forte impegno da parte del Primo Ministro nel favorire il dialogo interreligioso e la cooperazione tra i rappresentanti delle comunità cristiane e islamiche[20]. Questi sforzi hanno inizialmente contribuito a creare un ambiente più aperto e favorevole. Tuttavia, negli anni più recenti, il riacutizzarsi dei conflitti interni, unito a nuove restrizioni imposte dallo Stato — in particolare nelle regioni di Amhara e Tigray — ha determinato un deterioramento delle libertà civili, ponendo nuove sfide alla convivenza interreligiosa.
A partire dal 2023, sono riemerse tensioni tra l’Etiopia e l’Eritrea, principalmente in seguito ai mutamenti geopolitici successivi al conflitto nel Tigray. Sebbene l’Accordo di Pretoria del novembre 2022 abbia posto fine alla maggior parte delle ostilità tra il governo etiope e il Fronte di Liberazione Popolare del Tigray (TPLF), la continua presenza di truppe eritree nella regione ha alimentato sospetti e sfiducia da parte delle autorità etiopi. All’inizio del 2025, l’Eritrea ha avviato una mobilitazione militare su larga scala, a cui l’Etiopia ha risposto dispiegando truppe lungo il confine settentrionale, facendo temere una nuova escalation bellica. Le tensioni sono legate, da un lato, all’esclusione dell’Eritrea dal processo di pace, dall’altro alle aspirazioni etiopi di ottenere uno sbocco sul Mar Rosso, nonché alle fratture interne al TPLF.
Il conflitto nel nord del Paese ha avuto origine nell’autunno del 2020, dopo che il primo ministro Abiy Ahmed ha rinviato a tempo indeterminato le elezioni parlamentari previste per agosto, una decisione percepita da molti tigrini come una minaccia alla democrazia federale. In risposta, le autorità del Tigray hanno organizzato elezioni regionali autonome, provocando l’interruzione dei rapporti istituzionali e la sospensione dei finanziamenti da parte del governo centrale. Tale mossa è stata definita dal governo regionale una «dichiarazione di guerra».
Nel novembre 2020, il TPLF è stato accusato di aver assaltato una base delle Forze di Difesa Nazionale Etiopi (ENDF) a Melelle per impadronirsi di armi, evento che ha segnato l’inizio di un conflitto su vasta scala. L’esercito etiope, sostenuto dalle forze eritree e da milizie etniche alleate, ha intrapreso un’offensiva contro il TPLF, le Forze di Difesa del Tigray e altri gruppi armati, tra cui l’Esercito di Liberazione Oromo[21].
Il TPLF, un tempo forza dominante della coalizione di governo del Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope (EPRDF), si era ritirato nel Tigray dopo la perdita del potere a livello federale nel 2018. Le tensioni legate all’emarginazione politica e alle rivendicazioni territoriali hanno infine degenerato in conflitto aperto.
Il conflitto ha causato gravi devastazioni, inclusi attacchi contro civili e comunità religiose. Si segnalano centinaia di religiosi cristiani uccisi, numerosi luoghi di culto distrutti e stragi durante celebrazioni religiose. Particolarmente grave il massacro avvenuto presso la chiesa di Maryam Dengelat, dove, secondo diverse fonti, circa 160 fedeli sono stati uccisi da soldati eritrei. A seguito della sua condanna pubblica delle violenze, al Patriarca della Chiesa Ortodossa Tewahedo Etiope sarebbe stata imposta la detenzione domiciliare. In un altro episodio significativo, nel novembre 2021 diciassette membri del personale del centro educativo salesiano di Addis Abeba — tra cui sacerdoti e religiosi — sono stati arrestati arbitrariamente e trasferiti in una località sconosciuta. L’episodio è stato denunciato da organizzazioni internazionali per la violazione della libertà religiosa e delle garanzie procedurali[22].
Nonostante il protrarsi delle violenze, i tentativi di pacificazione hanno compiuto alcuni passi significativi. Una tregua temporanea, proclamata nel marzo 2022, non è stata rispettata. Successivamente, il governo etiope ha ottenuto una serie di successi militari grazie all’impiego di droni di fabbricazione turca, causando tuttavia gravi perdite tra la popolazione civile, inclusi numerosi bambini[23]. I tigrini hanno quindi accettato una tregua umanitaria[24] e, il 2 novembre 2022, il governo e il Fronte di Liberazione Popolare del Tigray (TPLF) hanno sottoscritto un accordo di cessate il fuoco in Sudafrica, con la mediazione dell’Unione Africana[25]. Sebbene fragile, l’intesa ha segnato un importante progresso verso la fine del conflitto.
All’indomani dell’accordo, i vescovi cattolici etiopi hanno diffuso un messaggio al termine della loro assemblea annuale, esortando le parti a impegnarsi «con diligenza» per il raggiungimento di una pace duratura[26].
Tuttavia, a partire dal 2023 il Paese ha conosciuto una nuova ondata di instabilità interna. Nella regione dell’Oromia, l’Esercito di Liberazione Oromo (OLA) è stato responsabile di numerosi rapimenti, estorsioni e atti di violenza che hanno aumentato l’insicurezza tra la popolazione civile e tra i lavoratori stranieri[27]. Un accordo parziale è stato raggiunto nel dicembre 2024 con una fazione del gruppo, ma gli scontri sporadici sono continuati[28].
Nella regione dell’Amhara[29], la decisione del governo di disarmare le milizie locali, precedentemente alleate nella lotta contro il TPLF, ha provocato a metà 2023 una rivolta su larga scala guidata dalla milizia Fano. Le operazioni governative di contenimento, che hanno incluso raid con droni, arresti arbitrari e il ricorso allo stato di emergenza (agosto 2023 - giugno 2024), hanno provocato gravi violazioni dei diritti civili e un elevato numero di vittime tra la popolazione[30].
Nel frattempo, al-Shabaab ha continuato a costituire una minaccia concreta lungo il confine tra Etiopia e Somalia, soprattutto nella regione del Bale, dove si stima siano presenti circa mille combattenti. Nonostante l’assenza di attacchi su larga scala negli ultimi mesi, il gruppo ha perpetrato violenze mirate e testato la tenuta delle difese etiopi[31].
In risposta, l’Etiopia ha rafforzato le proprie misure di sicurezza interne e ha confermato il proprio impegno militare in Somalia[32]. La situazione si è ulteriormente complicata a seguito dell’accordo siglato all’inizio del 2025 tra l’Etiopia e il Somaliland, che garantisce ad Addis Abeba un accesso al Golfo di Aden[33]. Tale intesa ha esacerbato le tensioni diplomatiche con il governo federale somalo, indebolendo la cooperazione antiterrorismo regionale. In questo contesto, la minaccia rappresentata da al-Shabaab continua a gravare sulla stabilità dell’Etiopia e dell’intero Corno d’Africa.
In alcune aree a maggioranza islamica, come lo Stato Somalo e porzioni dell’Oromia, i cristiani continuano a subire discriminazioni, attacchi da parte di gruppi islamisti e l’esclusione dalle risorse comunitarie condivise. Particolarmente vulnerabili risultano i convertiti al protestantesimo, che nelle aree dominate da musulmani o cristiani ortodossi affrontano isolamento sociale, forti pressioni e, in alcuni casi, aggressioni fisiche[34].
Nel gennaio 2023, il Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa Tewahedo Etiope (EOTC) ha scomunicato tre arcivescovi e venticinque vescovi che avevano promosso la creazione di un sinodo alternativo volto all’istituzione di un patriarcato autonomo per la regione dell’Oromia. Lo scisma è stato interpretato come un riflesso della politicizzazione dell’identità religiosa e dell’assetto federale su base etnica[35]. I promotori hanno accusato la Chiesa di non rappresentare adeguatamente la popolazione oromo e di assegnare incarichi ecclesiastici esclusivamente a religiosi originari della regione di Amhara.
Nel febbraio 2023, i venticinque vescovi hanno rinunciato formalmente ai propri titoli e accettato di rientrare nelle proprie diocesi[36]. Il sinodo con sede ad Addis Abeba ha promesso un maggiore impegno nella promozione dei servizi religiosi in lingua locale e nella formazione di ministri in grado di comunicare nelle lingue native. Pur avendo evitato una rottura definitiva, l’episodio ha rivelato profonde tensioni interne che potrebbero continuare ad alimentare rivalità su base etnico-religiosa.
Il 31 maggio 2023, le forze di sicurezza etiopi hanno disperso con la forza delle proteste di massa nei pressi della moschea Grand Anwar ad Addis Abeba. Le manifestazioni erano state innescate dalla demolizione di almeno 19 moschee nell’area urbana in rapida espansione di Sheger City, nell’ambito di iniziative di riqualificazione urbana promosse dal governo. Secondo quanto riferito dalla Commissione Etiope per i Diritti Umani (EHRC), circa 140 persone sono state arrestate con l’accusa di aver preso parte a proteste violente[37].
Le istituzioni islamiche di tutto il Paese hanno condannato duramente l’uso eccessivo della forza e la risposta giudiziaria, accusando le autorità di prendere di mira cittadini musulmani che stavano pacificamente difendendo i propri diritti. Solo pochi giorni prima, il 26 maggio, le forze di sicurezza avevano aperto il fuoco contro manifestanti musulmani che, dopo la preghiera del venerdì, stavano protestando pacificamente: l’intervento ha causato almeno due morti, diversi feriti e decine di arresti[38].
Nel settembre 2023, il governo ha imposto rigide restrizioni alle celebrazioni del Demera, la festa che commemora il ritrovamento della Croce di Cristo da parte di Sant’Elena nel IV secolo a Gerusalemme. Ai partecipanti è stato vietato indossare i colori nazionali e imposto l’obbligo di vestirsi di bianco. L’unica bandiera ammessa durante la festività è stata quella della Chiesa Ortodossa Tewahedo Etiope[39].
Nel febbraio 2024, 80 membri di una setta chiamata Christ Disciples Church sono arrivati in Etiopia dall’est dell’Uganda, convinti dal loro pastore, Simon Opolot, che lì avrebbero «incontrato Gesù Cristo» e che il mondo sarebbe finito dopo un digiuno di 40 giorni. Le autorità etiopi hanno trovato il gruppo — composto in gran parte da insegnanti e dipendenti pubblici — in condizioni fisiche critiche e ne hanno ordinato il rimpatrio in Uganda[40].
Uno studio pubblicato nel febbraio 2024, intitolato “Media and Religion in Ethiopia”, ha evidenziato come le recenti riforme costituzionali e normative in materia di media abbiano profondamente modificato il rapporto tra religione, media e Stato. Sebbene la Proclamazione sui media del 2021 abbia consentito alle organizzazioni religiose di richiedere licenze di trasmissione, il governo ha adottato un approccio prudente. Tra il 2021 e il 2023, circa 50 gruppi religiosi hanno ottenuto licenze, ma queste sono limitate alla trasmissione via internet o satellite, senza accesso a radio locali o televisione via etere. Allo stesso tempo, l’espressione religiosa è divenuta più visibile nei media generalisti: le emittenti pubbliche presentano con maggiore frequenza conduttori che indossano simboli religiosi ben riconoscibili, come croci ortodosse o hijab musulmani, riflettendo una crescente accettazione dell’identità religiosa nella sfera pubblica. La fede evangelica dichiarata del Primo Ministro Abiy Ahmed ha contribuito a questo cambiamento, rafforzando la centralità della religione nel discorso nazionale[41].
Nell’agosto 2024, il sinodo della Chiesa Ortodossa Tewahedo Etiope ha presentato scuse ufficiali per non aver invocato la pace durante la guerra nel Tigray. Tuttavia, diversi critici hanno ritenuto tale gesto insufficiente. Già nel 2021, i vescovi del Tigray avevano interrotto i rapporti con il sinodo in segno di protesta per il suo silenzio durante il conflitto, venendo successivamente scomunicati. Uno dei vescovi dissidenti, Petros Haileselassie, ha accusato i leader della Chiesa Ortodossa Tewahedo di essere diventati «sostenitori e promotori della guerra genocida»[42].
Nel dicembre 2024, studenti musulmani della Zona Centrale della regione del Tigray hanno protestato contro un presunto divieto del velo islamico (hijab), che avrebbe impedito loro di frequentare la scuola e compromesso l’esercizio dei propri diritti religiosi. In seguito all’intervento del Consiglio Islamico, che ha incontrato il Peace and Security Bureau di Addis Abeba, la polizia e il dipartimento dell’istruzione, gli studenti sono stati reintegrati[43].
Nel settembre 2024, ad Addis Abeba, il Direttore Generale del Ministero degli Affari Esteri, Semunegus Hailegiorgis, ha riaffermato l’impegno dell’Etiopia nei confronti delle Convenzioni di Ginevra, in occasione del loro 75° anniversario[44]. Ai sensi dell’articolo 9.4 della Costituzione, tutti gli accordi internazionali ratificati dall’Etiopia fanno parte integrante dell’ordinamento giuridico nazionale[45]. In particolare, l’articolo 24 della Prima Convenzione di Ginevra stabilisce che «il personale medico… deve essere rispettato e protetto in ogni circostanza»[46].
Nel dicembre 2024, i vescovi cattolici d’Etiopia hanno rivolto un forte appello alla pace in vista del Natale. Nel messaggio conclusivo della loro assemblea ordinaria, hanno esortato fedeli e leader nazionali a ispirarsi al «Re della Pace» e a promuovere la convivenza pacifica, in un contesto segnato da tensioni etniche e crisi umanitarie. Hanno inoltre sottolineato come l’Avvento rappresenti un tempo di speranza e di promessa divina, invitando tutti a farsi operatori di pace. I vescovi hanno anche denunciato l’impatto dei conflitti sulla missione pastorale della Chiesa, evidenziando che molte parrocchie sono divenute inaccessibili, le istituzioni danneggiate e il personale costretto a operare in condizioni di grave insicurezza[47].
Nel 2025, il riaccendersi del conflitto nel nord del Paese ha provocato una nuova ondata migratoria della comunità ebraica etiope verso Israele. Un primo gruppo di 26 persone è partito nel mese di febbraio, mentre decine di altri si stanno preparando alla partenza. Questi si uniranno agli oltre 160.000 ebrei Beta Israel che, a partire dagli anni Ottanta, hanno lasciato l’Etiopia per stabilirsi in Israele. Nel frattempo, l’emigrazione della comunità Falash Mura — ebrei etiopi convertiti al Cristianesimo — è stata sospesa, in parte a causa dell’instabilità interna seguita all’attacco di Hamas dell’ottobre 2023, e in parte per l’opposizione manifestata da alcuni settori della comunità ebraica israeliana[48].
Prospettive per la libertà religiosa
Sebbene l’accordo di pace del 2022 tra il governo federale e il Fronte di Liberazione Popolare del Tigray (TPLF) abbia rappresentato un punto di svolta significativo, la pace in Etiopia rimane fragile. Le cause profonde del conflitto — rivalità etniche, squilibri di potere e risentimenti storici — permangono. L’insurrezione nella regione di Amhara, le continue violenze in Oromia e le crescenti tensioni con l’Eritrea contribuiscono a mantenere un clima di instabilità e incertezza.
Gli attori religiosi continuano a subire le conseguenze di questo contesto instabile: diversi membri del clero cristiano sono stati uccisi, luoghi di culto sono stati distrutti e intere comunità religiose sono state prese di mira nel quadro di una più ampia violenza di natura politica ed etnica. Anche la missione pastorale della Chiesa ha subito gravi interruzioni: numerose parrocchie sono divenute inaccessibili e il personale religioso è spesso costretto a operare in condizioni estremamente precarie.
La convivenza interreligiosa è sottoposta a pressioni crescenti, in particolare nello Stato Somalo e in alcune aree dell’Oromia. Tensioni significative sono emerse anche all’interno delle stesse comunità religiose. All’inizio del 2023, lo scisma che ha interessato la Chiesa Ortodossa Tewahedo Etiope ha messo in luce il forte legame esistente tra leadership religiosa e identità etnica. Le proteste degli studenti musulmani del Tigray nel dicembre 2024, innescate da un divieto sull’uso dell’hijab, hanno ulteriormente evidenziato le frizioni persistenti tra libertà religiosa e prassi amministrative.
Tali sviluppi riflettono la vulnerabilità strutturale delle minoranze religiose, dei convertiti e di altri gruppi emarginati, spesso residenti in aree dominate da comunità religiose o etniche maggioritarie.
Nel complesso, la perdurante instabilità, la politicizzazione dell’identità religiosa e i ricorrenti episodi di violenza a sfondo confessionale indicano che le condizioni per la libertà religiosa in Etiopia non hanno registrato miglioramenti sostanziali.
Fonti