IRAN
Quadro giuridico relativo alla libertà religiosa ed effettiva applicazione
L’Iran è una Repubblica islamica fondata su una costituzione teocratica adottata dopo la Rivoluzione del 1979 che rovesciò lo Scià[1]. L’articolo 12 della Costituzione (rivista nel 1989) stabilisce che «la religione ufficiale dell’Iran è l’Islam e la scuola giuridica sciita duodecimana Ja‘farî [nell’usul al-dīn e nel fiqh], e questo principio resterà eternamente immutabile». Il testo aggiunge tuttavia che «altre scuole islamiche, tra cui hanafita, shafi‘ita, malikita, hanbalita e zaidita, devono essere pienamente rispettate, e i loro seguaci sono liberi di agire secondo la propria giurisprudenza nello svolgimento dei propri riti religiosi».
L’articolo 13 riconosce alcune minoranze religiose «protette»: «gli iraniani zoroastriani, ebrei e cristiani sono le uniche minoranze religiose riconosciute che, entro i limiti della legge, sono libere di celebrare i propri riti e cerimonie religiose, e di agire secondo i propri canoni in materia di affari personali ed educazione religiosa»[2]. Nel Parlamento (Assemblea Consultiva Islamica, Majlis) sono riservati due seggi ai cristiani armeni – la più numerosa minoranza cristiana del Paese, circa 300.000 fedeli – e uno ciascuno agli assiro-cristiani, agli ebrei e agli zoroastriani[3].
Lo Stato[4] è posto sotto l’autorità del clero sciita, guidato dal Rahbar-e mo’azzam-e Irān, la Guida Suprema, nominata a vita dall’Assemblea degli Esperti (88 membri eletti per un mandato di otto anni) [5]. Il Consiglio dei Guardiani, composto da 12 giuristi (sei nominati dalla Guida Suprema e sei eletti dal Majlis su proposta del Consiglio Supremo della Magistratura) [6], controlla la conformità delle leggi alla Shari‘a e supervisiona gli organi dello Stato, compresa la presidenza, che è eletta a suffragio diretto per un mandato di quattro anni, rinnovabile una sola volta[7].
Uno dei principali ostacoli alla libertà religiosa in Iran è rappresentato dall’apostasia. Lo Stato considera musulmani tutti i cittadini che non possano dimostrare che essi o le loro famiglie fossero non musulmani prima del 1979[8]. La conversione dall’Islam a un’altra religione non è esplicitamente vietata dalla Costituzione o dal Codice penale, ma è ostacolata dal sistema giuridico fondato sulla Shari‘a. Ai sensi dell’articolo 167, per le questioni non disciplinate dal diritto codificato i giudici possono ricorrere a «fonti islamiche autorevoli o a fatwa autentiche». Nei casi di apostasia, le condanne derivano dunque dalla Shari‘a e dalle fatwa, e possono includere la pena di morte[9]. I cristiani convertiti non possono registrarsi legalmente come tali e non hanno accesso agli stessi diritti e benefici riconosciuti ai membri delle comunità cristiane ufficialmente riconosciute.
Il codice penale iraniano contiene disposizioni severe contro la blasfemia. L’articolo 513 stabilisce: «Chiunque insulti i valori sacri dell’Islam o uno qualsiasi dei grandi profeti o [dei dodici] Imam sciiti o la Santa Fatima, se considerato come Saab ul-nabi [insulto al Profeta passibile di pena hadd], sarà giustiziato; in caso contrario, sarà condannato da uno a cinque anni di prigione». L’articolo 514 prevede: «Chiunque, con qualsiasi mezzo, insulti l’Imam Khomeini, fondatore della Repubblica islamica, e/o la Guida Suprema, sarà condannato a una pena da sei mesi a due anni di reclusione»[10].
Nel febbraio 2021, il Parlamento ha emendato gli articoli 499 e 500 del Codice penale, ampliando le possibilità di perseguire i cristiani, in particolare i convertiti dall’Islam[11]. L’articolo 499 bis introduce pene da due a cinque anni di carcere e/o multe per «chiunque insulti … le religioni divine … riconosciute dalla Costituzione, provocando così violenza o tensioni», o per chi istituisca o promuova «sette devianti» percepite come minaccia alla sicurezza nazionale. Questa disposizione è stata ampiamente utilizzata contro i cristiani convertiti e le minoranze religiose non riconosciute, spesso accusati di diffondere un’«ideologia deviata».
L’articolo 500 bis criminalizza inoltre l’uso di media, piattaforme educative e social network per diffondere contenuti ritenuti devianti dal punto di vista ideologico o settario, soprattutto se considerati lesivi dell’ordine pubblico o della sicurezza nazionale. La formulazione volutamente ampia di tali emendamenti ha facilitato la repressione statale della libertà religiosa e di espressione[12].
Episodi rilevanti e sviluppi
Il 28 gennaio 2023, Anahita Khademi, moglie del prigioniero cristiano Matthias (Abdulreza) Ali-Haghnejad, è stata rilasciata su cauzione[13] dopo essere stata arrestata a Bandar Anzali con l’accusa di «propaganda contro lo Stato» e «disturbo dell’opinione pubblica». Il suo arresto è avvenuto pochi giorni dopo quello del marito, detenuto dal 26 dicembre 2022[14].
Nello stesso mese, Abbas Dehghan, appartenente alla minoranza religiosa dei Dervisci Gonabadi, è stato rilasciato dopo quasi cinque anni di detenzione[15]. Sempre nel gennaio 2023, un tribunale ha condannato il chierico sunnita curdo Seyyed Seyfollah Hosseini a 17 anni di carcere, 74 frustate e due anni di esilio interno ad Ardabil, con accuse tra cui quella di «incitare la popolazione a disturbare la sicurezza del Paese». Il tribunale lo ha inoltre ridotto allo stato laicale[16].
Nel febbraio 2023, il pastore Yousef Nadarkhani è stato liberato dopo anni di prigionia grazie a un’amnistia concessa dalla Guida Suprema, Ayatollah Ali Khamenei, in occasione dell’anniversario della Rivoluzione islamica[17]. Tuttavia, nel luglio 2023 – secondo un rapporto di Christian Solidarity Worldwide – lo stesso Nadarkhani e il pastore Matthias (Abdulreza) Ali-Haghnejad hanno dovuto affrontare nuove accuse di minaccia alla sicurezza dello Stato, dopo che una coppia della loro Chiesa era stata costretta a denunciarli[18].
Nel marzo 2023, il Relatore speciale delle Nazioni Unite, Javaid Rehman, si è rivolto alla 52ª sessione del Consiglio dei diritti umani esprimendo forte preoccupazione per le gravi denunce riguardanti uccisioni, incarcerazioni arbitrarie, torture, violenze sessuali, persecuzioni e sparizioni forzate in Iran[19].
Dall’arresto e dalla morte in custodia della giovane curdo-iraniana Jina Mahsa Amini, nel settembre 2022, per presunta non conformità al codice di abbigliamento islamico, la questione del velo (hijab) è rimasta altamente controversa. La morte della Amini ha scatenato un’ondata di proteste a livello nazionale, duramente represse dal governo[20]. Secondo le Nazioni Unite, tra settembre 2022 e febbraio 2023 circa 20.000 persone sono state arrestate per aver partecipato o sostenuto le manifestazioni[21].
Un rapporto ONU pubblicato nel giugno 2023 ha rilevato che le comunità minoritarie sono state colpite in maniera sproporzionata dagli arresti legati alle proteste[22]. Nel luglio 2023, almeno 12 civili e attivisti curdi sono stati arrestati nella provincia dell’Azerbaigian occidentale alla vigilia dell’anniversario della morte di Mahsa Amini[23].
Nel maggio 2023, le autorità hanno giustiziato Yousef Mehrdad e Sadrollah Fazeli Zare con accuse di blasfemia e di insulti all’Islam, al Profeta Maometto e ad altre figure sacre[24].
Nello stesso mese, tre donne convertite al Cristianesimo – Shilan Oraminejad, Razieh (Maral) Kohzady e Zahra (Yalda) Heidary – sono state arrestate senza accuse formali e tenute in isolamento per 40 giorni nel carcere di Evin, a Teheran[25].
Sempre a maggio, un giudice ha ordinato il rilascio dei cristiani Sara Ahmadi e Homayoun Zhaveh, stabilendo in controtendenza rispetto alla prassi legale che la semplice partecipazione a raduni nelle Chiese domestiche non costituisse reato[26].
Nel giugno 2023, un complotto per assassinare il chierico sunnita Molavi Abdulhamid è stato sventato. Secondo le indagini, uno studente religioso aveva pianificato di avvelenarlo, sostenendo che dietro l’operazione vi fossero i servizi di intelligence delle Guardie della Rivoluzione. Abdulhamid, leader spirituale presso la Moschea Makki di Zahedan[27], era divenuto un critico aperto del governo dopo la sanguinosa repressione che aveva causato circa 100 morti nella città. Le autorità hanno esercitato pressioni sui responsabili della moschea affinché negassero che vi fosse stato un tentato omicidio[28].
Sempre nel giugno 2023, le forze di sicurezza hanno arrestato il nipote di Molavi Abdulhamid per fare pressione sul leader sunnita[29]. Nello stesso periodo, IranWire ha riferito che un altro chierico sunnita, Molavi Abdulmajid Moradzahi – consigliere di Abdulhamid – era stato detenuto in isolamento per quattro mesi senza accuse formali. Arrestato nel gennaio 2023 durante le proteste a Zahedan, il 63enne era stato presumibilmente sottoposto a torture[30].
Nel luglio 2023, le autorità iraniane hanno avviato una nuova campagna per imporre l’uso del velo islamico, reintroducendo in servizio la polizia morale dieci mesi dopo la morte in custodia di Mahsa Amini, che aveva provocato proteste in tutto il Paese[31].
Nell’ottobre 2023, Armita Geravand, una ragazza iraniana di 16 anni, è morta a seguito di un episodio avvenuto nella metropolitana di Teheran. La giovane era rimasta ferita durante un confronto con agenti della polizia morale per la presunta violazione della legge sull’hijab, circostanza che le autorità hanno negato. Entrata in coma, è stata successivamente dichiarata cerebralmente morta[32].
Nello stesso mese, il derviscio Gonabadi Arash Moradi è stato arrestato a Kashan e i suoi effetti personali, tra cui computer portatile e telefono cellulare, sono stati confiscati[33].
Secondo un rapporto dell’ONG con sede a Oslo Iran Human Rights, nel 2023 in Iran sono state eseguite almeno 834 condanne a morte, con un aumento del 43 percento rispetto alle 582 del 2022. Tra queste, due per accuse di blasfemia e 39 per «corruzione sulla terra» e «inimicizia contro Dio» [34].
Un rapporto della Human Rights Activists News Agency (HRANA) ha rilevato che, nel 2023, i tribunali hanno condannato 115 membri di minoranze religiose a un totale di 5.113 mesi di detenzione. Gli arresti di appartenenti a minoranze religiose sono aumentati dell’1,4 percento, mentre le condanne detentive sono cresciute del 45 percento, con un incremento complessivo del 48 percento rispetto al 2022. La maggior parte delle violazioni ha riguardato i bahá’í (85 percento), seguiti da sunniti (11 percento), yarsani (2 percento), oltre a dervisci Gonabadi, cristiani e altri gruppi[35].
Nel dicembre 2023, il Tribunale rivoluzionario di Teheran ha condannato Arash Moradi a un totale di otto anni di carcere per vari capi di imputazione: due anni per «disturbo dell’opinione pubblica», uno per «propaganda contro il regime», tre per «blasfemia» e due per «insulto all’ex e all’attuale Guida Suprema dell’Iran», da scontare in via concorrente[36].
Sempre nel dicembre 2023, un tribunale ha condannato i religiosi curdi sunniti Seyyed Soleyman Ahmadi, Younes Nowkhah, Seyyed Jamaladdin Vazhi e Sharif Mahmoudpour a un totale di 11 anni di prigione con l’accusa di «azioni contro la sicurezza nazionale» e «disturbo dell’opinione pubblica»[37].
Nel gennaio 2024, una donna è stata condannata a 74 frustate e a una multa per «violazione della morale pubblica», in seguito al mancato uso del velo[38] .
La convertita cristiana Laleh Saati, rientrata in Iran nel 2017, è stata arrestata nel febbraio 2024 con l’accusa di «aver agito contro la sicurezza nazionale entrando in contatto con organizzazioni cristiane sioniste». Nel marzo successivo è stata condannata a due anni di prigione[39].
Nello stesso mese, Hakop Gochumyan è stato condannato a dieci anni di reclusione per «attività di proselitismo deviante in contrasto con la sacra legge dell’Islam», in quanto ritenuto esponente di «una rete di Cristianesimo evangelico». Nel giugno 2024 il suo ricorso è stato respinto[40].
Il 20 febbraio 2024, Ebrahim Firouzi, cristiano convertito di 37 anni ed ex prigioniero di coscienza, è stato trovato morto nella sua abitazione a Rask, nell’Iran sudorientale, per un attacco cardiaco. Firouzi aveva subito ripetuti arresti e lunghi periodi di detenzione per le sue convinzioni religiose e per la partecipazione a chiese domestiche clandestine, oltre che per il possesso di Bibbie. Arrestato per la prima volta nel 2011, aveva trascorso diversi anni in carcere con accuse quali «propaganda contro la Repubblica islamica» e «attività contro la sicurezza nazionale»[41].
Nel marzo 2024, Maryam (Marzieh) Khalili è comparsa davanti al Tribunale rivoluzionario di Isfahan con l’accusa di «insulto alla Guida Suprema» e «blasfemia»[42].
Sempre nel marzo 2024, il leader sunnita Molavi Abdulhamid ha chiesto alle autorità di chiarire quanto accaduto il 30 settembre 2022 nel cosiddetto massacro del “Venerdì di sangue”, che aveva causato oltre 100 morti. Una successiva protesta, nel novembre 2022, aveva provocato ulteriori vittime nella contea di Khash[43].
Nell’aprile 2024, ignoti hanno lanciato bottiglie molotov contro l’antico mausoleo di Ester e Mardocheo a Hamadan, sito di rilievo per le tradizioni ebraica e cristiana. Il governatore della città ha dichiarato che le autorità avevano identificato i responsabili grazie alle telecamere di sorveglianza, ma i mandanti restavano sconosciuti[44].
Nel maggio 2024, dopo 14 anni di detenzione, il sunnita Khosrow Besharat è stato giustiziato per l’omicidio di un imam. Secondo Iran International, le accuse nei suoi confronti erano infondate[45].
Sempre nel maggio 2024, agenti governativi hanno confiscato risaie appartenenti a cittadini bahá’í nel villaggio di Ahmadabad, nella provincia di Māzandarān, distruggendo raccolti e argini di irrigazione[46].
Nel luglio 2024, un attacco armato a Saqqez contro uno sceicco sufi ha provocato la morte di due suoi seguaci; lo stesso religioso è deceduto poco dopo a causa delle ferite riportate[47].
Sempre nel luglio 2024, le autorità hanno esercitato pressioni sulla comunità ebraica affinché partecipasse alle elezioni presidenziali. Per la prima volta sono stati istituiti seggi elettorali riservati agli ebrei ed è stata organizzata una campagna specifica rivolta alla comunità, con la partecipazione di rappresentanti dei candidati[48].
Nell’agosto 2024, Reza Rasaei, appartenente al gruppo religioso dei Yarsani (Kaka’i), è stato giustiziato dopo essere stato arrestato durante le proteste del 2022. Le autorità hanno imposto alla sua famiglia di seppellirlo al di fuori del cimitero della comunità, sotto stretta sorveglianza[49].
Sempre nell’agosto 2024, ignoti hanno incendiato il vecchio cimitero bahá’í di Ahvaz, chiuso per ordine governativo dal 2014[50]. Nello stesso mese, il Tribunale speciale per il clero di Hamedan ha condannato il religioso sunnita Mamusta Saber Khodamoradi a 15 mesi di reclusione per «propaganda contro lo Stato»[51].
Nell’ottobre 2024, il bahá’í Faraz Razavian è stato condannato a due anni e un giorno di prigione, a una multa di 80 milioni di toman e a un divieto di cinque anni e un giorno di attività sociali, con l’accusa di promuovere il Bahá’ismo[52].
Nel novembre 2024, Arvin Ghahremani, giovane ebreo di 20 anni, è stato giustiziato dopo essere stato condannato per aver ucciso un musulmano in un episodio di legittima difesa. Secondo l’USCIRF, il processo non è stato equo e gli è stato negato il diritto di pagare il diya (indennità di sangue) a causa della sua fede. L’organismo ha definito l’esecuzione «una flagrante violazione della libertà religiosa che dimostra la condizione precaria degli ebrei in Iran, nonostante il loro riconoscimento ufficiale come comunità»[53].
Sempre nel novembre 2024, il convertito cristiano Toumaj Ariankia è stato è stato processato e condannato per «propaganda contro il regime attraverso l’evangelizzazione del Cristianesimo», «collaborazione con potenze ostili (Israele, Regno Unito e Stati Uniti)» e «appartenenza a gruppi antagonisti al regime». La condanna prevede dieci anni di reclusione e due anni di interdizione da attività sociali[54].
Nel medesimo mese, agenti della sicurezza presso l’Università Islamica Azad di Teheran hanno arrestato violentemente una studentessa che si era parzialmente spogliata in segno di protesta contro «l’applicazione abusiva» del codice di abbigliamento islamico[55]. Secondo la CNN, membri dei Basij[56] - una forza paramilitare costituita da volontari - l’hanno molestata nel campus, strappandole il velo e gli abiti[57]. Successivamente la giovane è stata dichiarata malata di mente ed è stata rilasciata dall’ospedale senza ulteriori provvedimenti legali[58].
Nel novembre 2024, le autorità della contea di Khash, nella provincia del Sistan e Baluchistan, hanno intimato a una famiglia sunnita baluci di otto persone di convertirsi allo Sciismo per ottenere i documenti di identità necessari ad accedere ai servizi e ai benefici governativi[59].
Sempre nel novembre 2024, il Centro per i Diritti Umani in Iran (CHRI) ha denunciato in un comunicato stampa che oltre 1.200 bahá’í erano sotto processo o già condannati a pene detentive a causa della loro fede. Secondo l’organizzazione, la repressione contro la comunità bahá’í è aumentata negli ultimi anni, colpendo in particolare le donne bahá’í[60].
Nello stesso mese, un convertito al Cristianesimo, Toomaj Aryan-Kia, è stato condannato a dieci anni di reclusione per «propagazione del Cristianesimo»[61].
Nel dicembre 2024, il presidente iraniano, Massoud Pezeshkian, ha sospeso l’entrata in vigore della cosiddetta “legge sull’hijab e la castità”, definendola «ambigua e bisognosa di riforma»[62]. La legge, che si sarebbe applicata anche a minori di 12 anni, prevedeva pene più severe per donne e ragazze che mostrassero capelli, avambracci o gambe, fino a 15 anni di carcere, e conteneva una disposizione che avrebbe potuto consentire la pena di morte per «corruzione sulla terra» [63].
Un panel di esperti nominato dal Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite ha definito il disegno di legge un attacco diretto ai diritti delle donne, chiedendone l’abrogazione[64].
Nel marzo 2025, il quotidiano britannico The Guardian ha riferito che l’Iran ha intensificato la sorveglianza digitale sulle donne per far rispettare le norme già vigenti sull’hijab, utilizzando tecnologie di tracciamento per fermare chi non osserva il rigido codice di abbigliamento[65].
Nello stesso mese, la polizia ha disperso una manifestazione che chiedeva una più rigorosa applicazione delle regole sull’hijab[66]. I dimostranti sostenevano la nuova legge più severa sul velo, approvata dal Parlamento nel settembre 2023[67] e dal Consiglio dei Guardiani nel settembre 2024[68].
Nel dicembre 2024, il pastore Matthias (Abdulreza) Ali-Haghnejad è stato rilasciato dal carcere dopo aver scontato una pena di sei anni con l’accusa di «aver agito contro la sicurezza del Paese formando un gruppo e propagando il Cristianesimo al di fuori della chiesa e nelle chiese domestiche, e fornendo informazioni ai nemici dell’Islam»[69].
Nel gennaio 2025, la convertita al Cattolicesimo Ghazal Marzban è stata liberata dopo aver scontato un terzo della sua pena. Arrestata nel novembre 2024, era stata condannata a sei mesi di prigione per «essersi mostrata in pubblico senza hijab religioso» e per «propaganda contro il regime attraverso cori e slogan», in seguito alle proteste per le molestie subite dalla sua conversione, avvenuta sette anni prima[70].
Un rapporto congiunto pubblicato nel febbraio 2024 da quattro organizzazioni cristiane per i diritti umani (Article 18, Open Doors, Middle East Concern e Christian Solidarity Worldwide) aveva segnalato almeno 166 arresti di cristiani nel 2023, in aumento rispetto ai 134 dell’anno precedente. «Gli arresti sono avvenuti a ondate, con solo pochi casi segnalati prima di giugno [2023], poi oltre 100 nei tre mesi successivi, seguiti da un’ulteriore ondata di arresti a Natale», si leggeva nel documento[71].
Nel loro studio più recente, diffuso nel gennaio 2025, le stesse organizzazioni hanno riferito che almeno 139 cristiani sono stati arrestati nel 2024 per motivi legati alla fede o alle attività religiose: 80 sono stati trattenuti e 77 formalmente incriminati. A fine anno, circa 18 cristiani risultavano ancora in carcere. Sempre secondo il rapporto, nel 2024 i cristiani sono stati condannati complessivamente a oltre 250 anni di prigione, sei volte di più rispetto al 2023[72].
Nel gennaio 2025, le autorità iraniane hanno annunciato l’arresto di 13 bahá’í a Isfahan, accusandoli di proselitismo tra minori. L’unità di intelligence delle Guardie Rivoluzionarie ha dichiarato che i bahá’í arrestati «agivano illegalmente e promuovevano indirettamente la loro deviazione ideologica sfruttando bambini e adolescenti»[73].
Nel marzo 2025, il cantante e musicista Mehdi Yarrahi è stato condannato a 74 frustate per aver interpretato un brano a sostegno del movimento di protesta che aveva attraversato il Paese tra il 2022 e il 2023 e per aver incoraggiato le donne a non indossare l’hijab[74]. Nello stesso mese, il convertito al Cristianesimo Nasser Navard Gol-Tapeh stato colpito da un ictus nel carcere di Evin a Teheran, al 35º giorno di sciopero della fame avviato per denunciare la persecuzione dei cristiani in Iran[75]. L’uomo, di 63 anni, aveva già trascorso quasi cinque anni in prigione per aver praticato la sua fede, prima di essere liberato nell’ottobre 2022 e nuovamente arrestato nel febbraio 2025[76].
Prospettive per la libertà religiosa
La libertà religiosa in Iran resta fortemente compromessa. I cristiani continuano a subire persecuzioni significative, spesso accusati di «propaganda contro il governo» o di «attività contro la sicurezza nazionale», con conseguenti lunghe pene detentive e divieti di partecipare alla vita sociale. La situazione è particolarmente grave per i convertiti, che affrontano un’intensificazione della repressione e sanzioni sempre più severe.
Le restrizioni colpiscono in misura ancora maggiore la comunità bahá’í, la principale minoranza religiosa non riconosciuta del Paese, oggetto di ripetute ondate di persecuzioni. Allo stesso modo, il governo iraniano ha continuato a prendere di mira i musulmani sunniti, con arresti ed esecuzioni.
Donne e ragazze hanno sperimentato livelli crescenti di violenza per aver contestato le leggi sull’hijab obbligatorio, applicate brutalmente dalla polizia morale.
Nonostante il rilascio di alcuni prigionieri di coscienza, la tendenza complessiva evidenziata negli ultimi anni mostra un ulteriore irrigidimento delle restrizioni, con un incremento delle persecuzioni e pene sempre più dure per chi non si conforma alle leggi della Repubblica Islamica.
In questo contesto, le prospettive per la libertà religiosa in Iran rimangono profondamente negative.
Fonti