Quadro giuridico relativo alla libertà religiosa ed effettiva applicazione
La Repubblica Democratica Popolare del Laos è uno Stato comunista a partito unico. La libertà di religione e di credo è formalmente garantita dalla Costituzione e da altre normative. La Costituzione del 1991, modificata nel 2015, illustra in modo dettagliato i diritti dei cittadini, inclusa la libertà religiosa (articolo 9). Tuttavia, nella prassi, la condizione della libertà religiosa in Laos rispecchia quella del confinante Vietnam, in quanto l’ideologia comunista ha esercitato un’influenza determinante sulla storia recente, sulla cultura e sulle istituzioni politiche di entrambi i Paesi[1].
Il quadro giuridico in materia religiosa può essere qualificato come un sistema fondato su petizioni e concessioni: le organizzazioni religiose sono tenute a ottenere un’autorizzazione preventiva da parte delle autorità statali per poter esercitare le proprie attività, autorizzazione che può essere concessa o negata a discrezione dell’amministrazione. L’articolo 43 della Costituzione riconosce, ad esempio, il «diritto e la libertà di credere o non credere in religioni che non siano contrarie alla legge». Tuttavia, gli articoli 8 e 9 introducono disposizioni dal tenore vago, vietando, tra l’altro, «ogni atto che crei divisioni e discriminazioni tra gruppi etnici» e tra «religioni e classi di persone»[2]. Queste clausole vengono spesso utilizzate per legittimare l’interferenza dello Stato nelle attività dei gruppi religiosi. Il sistema normativo laotiano in materia religiosa è caratterizzato da una marcata sovraregolamentazione da parte dello Stato, che conferisce ai funzionari pubblici un ampio potere discrezionale nel controllo delle pratiche religiose[3].
Oltre alla Costituzione, la religione in Laos è disciplinata da diverse normative. Nel 2002 è stato adottato il Decreto n. 92 sulla Gestione e Protezione delle Attività Religiose, successivamente abrogato e sostituito, il 16 agosto 2016, dal Decreto n. 315[4]. Firmato dal Primo Ministro Thongloun Sisoulith, il nuovo decreto presenta – almeno sul piano formale – un potenziale miglioramento della libertà religiosa, a condizione che sia pienamente compreso e correttamente attuato dalle autorità locali[5].
Il Decreto n. 315 ha introdotto alcune migliorie rispetto alla normativa precedente, tra cui il riconoscimento giuridico paritario di tutte le religioni, una maggiore coerenza e trasparenza nella regolamentazione statale, nonché una definizione più precisa delle procedure per il riconoscimento ufficiale dei gruppi religiosi. Tuttavia, entrambi i testi legislativi si basano sul presupposto che lo Stato debba esercitare un controllo diretto sugli affari religiosi del Paese. In particolare, il Decreto n. 315 conferisce ampi poteri al Ministero degli Affari Interni (MOHA), al quale è attribuita la competenza per la regolamentazione di quasi ogni aspetto della vita religiosa. I gruppi religiosi sono tenuti a ottenere l’approvazione preventiva del suddetto Ministero per attività quali l’istituzione di congregazioni in nuovi distretti, la modifica di strutture esistenti, la costruzione di nuovi luoghi di culto e l’organizzazione di incontri religiosi. Particolarmente restrittivo è l’obbligo imposto alle organizzazioni religiose di presentare annualmente al MOHA un piano dettagliato delle attività previste. Inoltre, l’articolo 7 prevede che i nominativi dei leader religiosi debbano essere sottoposti all’esame, alla valutazione e all’approvazione da parte dell’ufficio centrale e degli uffici locali del Ministero. L’esercizio di attività a carattere interprovinciale è altresì subordinato a specifica autorizzazione ministeriale[6]. L’articolo 5, paragrafo 2, conferisce infine al governo ampi poteri di supervisione anche in ambito dottrinale e di governance interna, riconoscendo al MOHA la facoltà di determinare se un gruppo religioso sia «coerente con l’essenza della propria religione, i suoi precetti e i suoi insegnamenti»[7].
Nel complesso, il Decreto n. 315 conferisce al Ministero degli Affari Interni (MOHA) un ampio margine di discrezionalità, autorizzandolo a «limitare le attività religiose che ritenga in contrasto con le usanze locali, le politiche nazionali, la stabilità del Paese, l’ambiente o l’unità tra gruppi religiosi ed etnici»[8].
Il governo laotiano riconosce ufficialmente quattro gruppi religiosi: buddisti, cristiani, musulmani e bahá’í. Tra le confessioni cristiane, il riconoscimento amministrativo è stato concesso unicamente alla Chiesa cattolica, alla Chiesa Evangelica del Laos e alla Chiesa Avventista del Settimo Giorno[9].
L’appartenenza religiosa in Laos segue spesso linee etniche. Circa il 54 percento della popolazione è di etnia laotiana e, per la maggior parte, aderisce al Buddismo Theravāda[10]. L’influenza culturale di tale religione è così pervasiva che, di fatto, i monaci e le pagode buddiste non sono soggetti alle stesse restrizioni applicate ai membri e ai luoghi di culto delle altre confessioni. Il Partito Rivoluzionario Popolare Lao, attualmente al potere, ha più volte cercato di strumentalizzare il Buddismo per consolidare la propria legittimità[11]. A livello nazionale, il Sangharaja, Patriarca Supremo del Buddismo in Laos, mantiene relazioni strette con la leadership politica del Paese[12].
Le comunità cristiane, che rappresentano meno del due percento della popolazione, sono tra le più vulnerabili. In particolare, le Chiese domestiche evangeliche subiscono forme di persecuzione nei villaggi più remoti[13]. La conversione al Cristianesimo può generare ostilità da parte di altri cittadini laotiani, che talvolta considerano i convertiti come «traditori delle tradizioni buddiste della propria comunità»[14].
In questo contesto, l’adozione da parte del governo centrale della Legge sulla Chiesa Evangelica, il 19 dicembre 2019, costituisce un segnale positivo all’interno del quadro normativo del Paese. Tale legge riconosce ufficialmente ai cristiani evangelici il diritto di celebrare il culto, predicare su tutto il territorio nazionale e intrattenere relazioni e scambi con altre comunità cristiane al di fuori del Laos. Tuttavia, la sua attuazione risulta problematica. Come ha osservato un cristiano locale, «la polizia sta sempre dalla parte delle autorità dei villaggi e anche degli altri abitanti, quindi non abbiamo nessun altro a cui rivolgerci per ricevere aiuto»[15].
La comunità cattolica in Laos, pur essendo numericamente esigua e operando in un contesto complesso, si distingue per la sua vivacità e il suo impegno, a fronte di una cultura prevalentemente buddista e di un regime comunista. I cattolici sono circa 60.000 e vivono in un ambiente fortemente restrittivo, nel quale ai missionari stranieri non è consentito risiedere stabilmente. In tale contesto, le vocazioni locali rivestono un ruolo cruciale per la sopravvivenza e la continuità della presenza cattolica. La Costituzione del 1991 riconosce la libertà religiosa e menziona esplicitamente diverse religioni, incluso il Cristianesimo. Tuttavia, nella pratica, tale libertà risulta frequentemente limitata, sia da funzionari locali sia da membri della popolazione buddista, che tendono a percepire il Cristianesimo come una religione estranea. In questo contesto, la Chiesa cattolica ha comunque registrato un graduale miglioramento nei rapporti con le autorità statali, a partire dal riconoscimento ufficiale ottenuto nel 1979. Le sue attività restano tuttavia fortemente circoscritte nel nord del Paese, mentre sono più sviluppate nei centri urbani e nelle province meridionali. L’esiguo numero di sacerdoti e vescovi, unito alle persistenti discriminazioni, sottolinea le sfide ancora aperte, ma al contempo testimonia la resilienza e la dedizione della comunità cattolica nel mantenere viva la fede in un contesto sfavorevole[16].
Episodi rilevanti e sviluppi
Durante il periodo in esame, si è registrato un incremento significativo delle violenze contro le comunità cristiane. Nel 2023, il numero di attacchi alle chiese è salito a 25, rispetto ai soli quattro dell’anno precedente, mentre 65 cristiani sono stati incarcerati, contro i 18 del 2022. Questa tendenza è proseguita nel 2024, con segnalazioni di gravi episodi di repressione, tra cui la distruzione di edifici religiosi e lo sfollamento forzato di intere comunità[17].
All’inizio del 2023, nel nord-ovest del Paese, 15 famiglie cristiane e il loro pastore sono stati espulsi dal villaggio di Mai, nella provincia di Luang Namtha, da membri della comunità locale di etnia Ahka. In molti casi, le autorità locali hanno contribuito a peggiorare la situazione: a Luang Prabang, ad esempio, funzionari pubblici hanno confiscato i documenti di alcune famiglie cristiane e omesso di indagare su atti gravi di violenza, come le torture e l’assassinio di un pastore evangelico nella provincia di Khammouane[18].
Nel settembre 2023, nel villaggio di Khampou, nel distretto di Assaphone (provincia di Savannakhet), le autorità locali hanno interrotto un culto domestico guidato dal pastore Sard Onmeunsee, al quale stavano partecipando 17 cristiani. Il vicecapo villaggio, insieme a funzionari della sicurezza, ha ordinato l’interruzione immediata di ogni attività religiosa, minacciando arresti e pesanti sanzioni in caso di disobbedienza[19].
Pochi giorni prima, nella provincia di Salavan, una famiglia cristiana composta da sette membri è stata espulsa dal villaggio di Tabong per aver rifiutato di abiurare la propria fede. La loro abitazione è stata demolita e i familiari successivamente arrestati dalle autorità locali[20].
Il 4 ottobre 2023, le autorità locali del distretto di Sa Mouay, in coordinamento con i funzionari del villaggio, hanno espulso con la forza famiglie laotiane – circa 60 persone – dalle loro abitazioni a causa della loro conversione al Cristianesimo. I funzionari hanno giustificato il provvedimento affermando che l’adozione del Cristianesimo violava le consuetudini religiose prevalenti nel villaggio, basate sull’animismo e sul culto degli spiriti tradizionali. Secondo le autorità, coloro che abbandonano tali credenze tradizionali perdono il diritto di risiedere nel villaggio e di conservare le loro proprietà[21].
Nel febbraio 2024, una chiesa domestica nel villaggio di Kaleum Vangke, nella provincia di Savannakhet, è stata brutalmente attaccata da leader locali e abitanti del villaggio durante una funzione domenicale. Gli aggressori, tra cui alcuni funzionari locali, hanno distrutto il luogo di culto e bruciato materiali religiosi[22]. In precedenza, nello stesso mese, Radio Free Asia aveva riferito che i residenti avevano presumibilmente «convocato sei famiglie cristiane ordinando loro di cessare la pratica della fede, in particolare i servizi domenicali».
Nel giugno 2024, le autorità locali del villaggio di Tahae, nel distretto di Xaibouathong (provincia di Khammouane), hanno arrestato un pastore e altri cinque cristiani mentre si preparavano alla preghiera in vista della funzione domenicale. Il leader della chiesa arrestato, identificato come il pastore Mum, è stato fermato insieme ad altri cinque individui da funzionari del villaggio. Secondo quanto riportato da Sirikoon Prasertsee, direttrice dell’organizzazione Human Rights Watcher for Lao Religious Freedom (HRWLRF), gli arresti sono avvenuti presso l’abitazione del pastore, e i sei detenuti sono stati successivamente trasferiti nel carcere distrettuale di Xaibouathong[23]. Tutti sono stati rilasciati dopo sei settimane di detenzione[24].
Il 2 luglio 2024, una chiesa domestica situata a Kaleum Vangke, nel distretto di Xonboury (provincia di Savannakhet), è stata attaccata da capi villaggio e residenti locali. I fedeli, appartenenti alla Chiesa Evangelica del Laos – ufficialmente riconosciuta dal governo – si erano riuniti per il culto domenicale intorno alle 10:30 quando una folla ha fatto irruzione, distruggendo alcune bibbie e dando fuoco all’abitazione. «Le autorità – tra cui il capo villaggio, le guardie di sicurezza e alcuni anziani della comunità – ci hanno assaliti improvvisamente e hanno demolito il nostro luogo di culto», ha riferito un testimone oculare che ha chiesto di rimanere anonimo[25]. Un altro testimone ha riferito che, il mese precedente, sei famiglie cristiane erano state convocate da influenti residenti e minacciate affinché abbandonassero la loro fede e cessassero i culti domenicali, con l’avvertimento che, in caso contrario, l’edificio sarebbe stato demolito[26].
Il 22 luglio 2024, Thongkham Philavanh, pastore cristiano quarantenne appartenente al gruppo etnico Khmu – diffuso principalmente nel nord del Laos – è stato assassinato da due uomini mascherati all’interno della sua abitazione nel villaggio di Vanghay, nella provincia di Xai. Le motivazioni dell’aggressione restano sconosciute[27].
Prospettive per la libertà religiosa
La libertà religiosa in Laos continua a essere fortemente limitata, in particolare per la comunità cristiana. Pur in presenza di garanzie formali sancite dalla Costituzione, i numerosi episodi documentati nel periodo considerato delineano un quadro sistemico di persecuzione, caratterizzato da attacchi contro luoghi di culto, espulsioni forzate e arresti arbitrari, soprattutto nelle aree rurali. L’inazione delle autorità locali e la perdurante impunità evidenziano l’assenza di una tutela giuridica effettiva e il mancato rispetto della libertà religiosa. In tale contesto, le prospettive per la libertà religiosa nel Paese restano negative, rendendo urgente l’adozione di riforme sia sul piano normativo sia su quello culturale.