MALESIA
Quadro giuridico relativo alla libertà religiosa ed effettiva applicazione
La Costituzione della Malesia tutela formalmente la libertà religiosa. Tuttavia, i diritti delle comunità religiose risultano limitati dai privilegi costituzionali e giuridici riconosciuti all’Islam sunnita. L’articolo 3, paragrafo 1, della Costituzione stabilisce che «l’Islam è la religione della Federazione, ma le altre religioni possono essere praticate in pace e armonia in qualsiasi parte della Federazione»[1]. L’articolo 11 garantisce a ogni individuo il «diritto di professare e praticare la propria religione», ma il paragrafo 4 dello stesso articolo autorizza le leggi federali e statali a «controllare o limitare la diffusione di qualsiasi dottrina o credo religioso tra le persone che professano la religione islamica». I tribunali malesi hanno interpretato queste disposizioni in modo tale da consentire agli Stati di impedire ai musulmani di convertirsi ad altre religioni e di limitare l’attività di minoranze islamiche ritenute eterodosse dalle autorità religiose.
L’articolo 160 della Costituzione definisce «malese» (malay) una persona che professa la religione islamica. I Bumiputera – ovvero gruppi etnici malay della penisola e i gruppi indigeni della Malesia orientale, in prevalenza cristiani o animisti – rappresentano quasi il 70 percento della popolazione e sono costituzionalmente distinti, sia dal punto di vista etnico sia religioso, dai cittadini di origine cinese e indiana[2], i quali praticano prevalentemente il Buddismo, l’Induismo, il Cristianesimo o altre religioni, oppure si dichiarano non religiosi[3].
I cittadini non malay possono convertirsi liberamente a qualsiasi religione, incluso l’Islam. Al contrario, per i malay la conversione dall’Islam è considerata apostasia ed è vietata in molti Stati della Federazione[4]. Esiste, almeno formalmente, una procedura che consente ai musulmani di abbandonare l’Islam, ma si tratta di un iter complesso, che richiede l’approvazione di un tribunale della Shari‘a. In alcuni Stati, chi intende convertirsi è obbligato a trascorrere un periodo prolungato in centri di “riabilitazione”, dove si esercitano pressioni affinché non abbandonino la religione islamica[5].
In una serie di sentenze, i tribunali civili malesi hanno stabilito che i casi di apostasia devono essere deferiti ai tribunali della Shari‘a. Tuttavia, negli ultimi anni, i tribunali civili sono intervenuti in alcune controversie in cui vi era un fondato motivo per ritenere che le persone coinvolte non fossero mai state musulmane[6].
In Malesia, le normative statali conferiscono ai tribunali della Shari‘a la giurisdizione esclusiva in materia di diritto personale applicabile ai musulmani, che include aspetti quali il matrimonio, il divorzio e le successioni ereditarie. Una specifica disposizione costituzionale stabilisce che i tribunali civili non possono pronunciarsi su questioni rientranti nella competenza dei tribunali della Shari‘a.
Ogni Stato della Federazione dispone di un’autorità islamica autonoma che disciplina le questioni religiose dei musulmani locali. Tali autorità hanno, in larga misura, marginalizzato le espressioni minoritarie dell’Islam, emanando normative restrittive sulle attività religiose. A livello nazionale, il Consiglio Nazionale per le Fatwa ha dichiarato lo Sciismo una dottrina deviante nel 1996, vietandone completamente la pratica, nonostante in Malesia siano presenti centinaia di migliaia di fedeli sciiti[7]. L’autorità religiosa federale, il Dipartimento per lo Sviluppo Islamico della Malesia (JAKIM), esercita congiuntamente con i comitati statali per le fatwa un controllo capillare e sistematico su tutte le forme di Islam praticate nel Paese. Le autorità religiose statali supervisionano le moschee, influenzano il contenuto delle prediche e garantiscono che l’insegnamento religioso rifletta l’interpretazione ortodossa sunnita promossa dallo Stato.
La Malesia adotta un sistema giudiziario duale, in cui coesistono la legge civile e la legge della Shari‘a, quest’ultima applicabile esclusivamente ai cittadini musulmani. Tuttavia, nel febbraio 2024, la Corte Federale ha dichiarato «nulle e invalide» sedici disposizioni contenute nel codice penale della Shari‘a, approvato nel 2019 dallo Stato di Kelantan. Due avvocati avevano presentato ricorso, sostenendo che tali norme – le quali criminalizzavano, tra gli altri, atti come la distruzione di luoghi di culto, la sodomia, le molestie sessuali e l’uso di sostanze intossicanti – eccedevano le competenze legislative statali e interferivano con ambiti di competenza federale. Il presidente della Corte, pronunciandosi a nome della maggioranza, ha confermato che lo Stato non dispone dell’autorità per legiferare in tali materie, che ricadono sotto la giurisdizione esclusiva del Parlamento[8]. Le decisioni della Corte Federale relative allo Stato di Kelantan si inseriscono nel solco tracciato dal precedente del caso Iki Putra del 2021, con cui era stata dichiarata incostituzionale una legge della Shari‘a dello Stato di Selangor che criminalizzava la sodomia[9].
D’altro canto, un disegno di legge recentemente proposto – il Mufti (Federal Territories) Bill – conferirebbe ai muftì dei Territori Federali poteri che non sarebbero soggetti a controllo parlamentare. I mufti godrebbero di immunità legale, e il disegno di legge potrebbe così creare «una seconda fonte normativa nei Territori Federali, non prevista dalla Costituzione malese»[10]. Un avvocato ha osservato che tale iniziativa legislativa rappresenterebbe una deroga alla posizione dello Yang di-Pertuan Agong, il monarca costituzionale e capo dell’Islam in Malesia, come stabilito dagli articoli 3 (paragrafo 5) e 34 (paragrafo 1) della Costituzione federale.
Il disegno di legge attribuirebbe ai muftì l’autorità di emettere fatwa vincolanti per tutti, musulmani e non musulmani, rendendole efficaci nei tribunali senza la necessità di approvazione parlamentare. Inoltre, il Comitato per le fatwa dei Territori Federali potrebbe deliberare su questioni di «interesse nazionale» senza consultare le istituzioni democraticamente elette. Attualmente, le fatwa hanno natura consultiva, a meno che non vengano formalmente integrate nella legislazione della Shari‘a; con la nuova legge, potrebbero acquisire immediata forza di legge tramite pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale[11]. Latheefa Koya, avvocato e già direttrice della Commissione malese anticorruzione, ha messo in guardia contro una possibile concentrazione eccessiva di potere in capo al governo federale, osservando che i muftì sono nominati su indicazione ministeriale. «Nessun governo dovrebbe disporre di un simile controllo sui cittadini, ancor meno sotto il pretesto della religione», ha dichiarato[12]. La proposta suscita inoltre preoccupazione tra i musulmani che seguono scuole giuridiche minoritarie – come i malikiti e gli hanbaliti – o aderiscono a versioni locali dell’Islam di orientamento liberale, come quello nusantara, che potrebbero diventare oggetto di persecuzione[13].
Numerose pubblicazioni sciite continuano a essere proibite ai sensi della Legge sulle Comunicazioni e i Media Digitali del 1998. A partire dal 2015, si è inoltre osservato un incremento delle azioni legali volte a «fare pressione, indagare e/o arrestare i media, i caporedattori e i giornalisti ritenuti colpevoli di aver oltrepassato i limiti di una copertura critica»[14]. Inoltre, il proselitismo e la diffusione dell’Islam sciita comportano un elevato rischio di discriminazione da parte delle autorità e possono comportare arresti o altre forme di intimidazione istituzionale[15].
La Legge sulle Tipografie e le Pubblicazioni del 1984 pone ulteriori ostacoli ai gruppi non musulmani, in particolare riguardo all’uso del termine «Allah». La normativa stabilisce che la parola «Allah» (il termine arabo usato per Dio) è riservata esclusivamente all’Islam. Ciò ha portato al divieto di una Bibbia in lingua malese che utilizza il termine «Allah» per indicare Dio e al sequestro di oltre 20.000 copie[16]. Nel 2023, il Ministero dell’Interno ha ritirato il proprio ricorso contro una sentenza dell’Alta Corte che consentiva ai non musulmani di utilizzare la parola «Allah» nelle pubblicazioni esplicitamente destinate al pubblico cristiano[17].
Il 23 giugno 2014, la Corte Federale della Malesia ha rifiutato di esaminare il ricorso della Chiesa cattolica contro il divieto imposto ai non musulmani di utilizzare il termine «Allah». The Herald Malaysia, un settimanale cattolico, aveva sostenuto che tale divieto fosse incostituzionale e violasse la libertà religiosa[18]. Il governo ha interpretato la sentenza come applicabile unicamente alla pubblicazione in questione, anche se la decisione ha di fatto creato un precedente giuridico sull’uso del termine da parte dei non musulmani. La Corte ha inoltre affermato che l’uso della parola «Allah» non è essenziale né parte integrante della fede cristiana, stabilendo che ogni discorso o pratica religiosa da parte di non musulmani debba essere valutato in base al suo potenziale di offendere i musulmani[19].
L’11 marzo 2021, l’Alta Corte ha annullato la precedente sentenza, dichiarando il divieto «illegale e incostituzionale». Il giudice Nor Bee ha affermato che «la libertà di professare e praticare la propria religione dovrebbe includere il diritto a possedere materiali religiosi»[20].
Nel Sarawak, dove la maggioranza della popolazione è cristiana, permangono discriminazioni nei confronti di alcune Chiese. Mentre le denominazioni più grandi e note sono riconosciute in base all’Ordinanza sulle Società Missionarie (Missionary Societies Ordinance, MSO), le comunità più piccole incontrano ostacoli significativi nella registrazione ufficiale e nel reperimento di sostegno pubblico. Queste stesse Chiese minori incontrano difficoltà anche nell’accesso ai finanziamenti dell’Unità per le Altre Religioni (Unit for Other Religions, UNIFOR), agenzia del governo del Sarawak istituita nel 2017[21].
Nel 2023, il governo malese ha preso in considerazione una proposta di legge volta a introdurre sanzioni per l’istigazione all’odio su base etnica o religiosa, proposta successivamente archiviata. Nel dicembre 2024, la Vice Ministra per l’Unità Nazionale, Saraswathy Kandasami, ha affermato che il quadro normativo vigente era già ritenuto sufficiente a garantire la coesione razziale e religiosa nel Paese.[22].
Sempre nel 2023, il Parlamento ha approvato una riforma del sistema penale, abolendo l’obbligatorietà della pena di morte per alcuni reati, riducendo il numero di crimini passibili di pena capitale e cancellando l’ergastolo a vita naturale[23].
Episodi rilevanti e sviluppi
Nel periodo in esame sono emerse rilevanti preoccupazioni, sia a livello sociale che istituzionale, riguardo alla libertà religiosa in Malesia.
Sono proseguiti gli arresti di persone accusate di aver offeso l’Islam. Il 4 giugno 2022, Siti Nuramira Abdullah, cittadina malese di 26 anni, è stata arrestata ai sensi della Sezione 7 della Legge sui Reati Penali della Shari‘a nei Territori Federali, con l’accusa di aver oltraggiato l’Islam durante un’esibizione di stand-up comedy. È stata rilasciata il 19 luglio 2022, un giorno prima della formalizzazione delle imputazioni[24]. Tuttavia, nell’aprile 2023, la donna è stata nuovamente imputata per «aver deliberatamente ferito i sentimenti religiosi altrui» e condannata al pagamento di una multa pari a 8.000 ringgit[25].
Nel giugno 2023, un commerciante nello Stato di Johor è stato incriminato per aver pubblicato su Facebook «comunicazioni offensive contenenti insulti contro l’Islam, Allah e il Profeta»[26]. Poco prima, nel maggio 2023, un uomo era stato arrestato a Kuala Lumpur ai sensi della Sezione 298A del codice penale, che criminalizza gli atti volti a generare disarmonia o inimicizia su base religiosa. L’uomo aveva presumibilmente deriso il saluto islamico tradizionale “salam”[27].
Nell’agosto 2024, il Re della Malesia, Ibrahim Iskandar, ha invitato la popolazione a evitare l’uso dei social media per insultare l’Islam o per fomentare divisioni tra musulmani e fedeli di altre religioni[28].
Nel 2023, una madre indù, Loh Siew Hong, i cui figli erano stati convertiti unilateralmente all’Islam dal marito nel 2020, ha impugnato la conversione e ha richiesto l’affidamento dei minori. Nel maggio 2023, la Corte Federale della Malesia ha dichiarato incostituzionale la conversione religiosa dei figli. Inoltre, ha respinto il ricorso presentato dallo Stato di Perlis e dal Consiglio Islamico Religioso e delle Consuetudini Malesi di Perlis (Majlis Agama Islam dan Adat Istiadat Melayu Perlis, MAIPs) volto ad annullare la sentenza. Il Presidente della Corte ha richiamato l’articolo 12, paragrafo 4, della Costituzione Federale della Malesia, il quale stabilisce che la conversione religiosa di un minore di 18 anni richiede il consenso di entrambi i genitori[29].
Il 31 gennaio 2024, una madre single di 37 anni è stata condannata alla fustigazione, dopo essere stata giudicata colpevole di khalwat, ossia di essersi trovata in prossimità fisica di un uomo che non fosse né suo marito né un mahram (parente stretto di sesso maschile)[30]. Da tempo, esperti di diritti umani esprimono preoccupazione per la crescente radicalizzazione in questo ambito, evidenziando che le pene previste dalla Shari‘a (hudud) comprendono, tra le altre, la lapidazione e l’amputazione. Alcuni gruppi islamici, tra cui il Parti Islam SeMalaysia (PAS), hanno avanzato proposte per l’inclusione di tali sanzioni nel codice penale malese[31]. Quando un parlamentare malese, Wan Ahmad Fayhsal Wan Ahmad Kamal, è stato interrogato in merito alla lapidazione delle donne accusate di adulterio, ha dichiarato: «Non sarei felice di assistervi, ma è la legge di Dio, e come politico ho il mandato di vedere attuata la Sua legge»[32].
Nel 2024, Teresa Kok, veterana politica di fede cattolica, è stata interrogata dalla polizia in relazione ad alcune dichiarazioni rilasciate in merito all’obbligatorietà della certificazione halal. Kok aveva sostenuto che tale obbligo potesse costituire un onere economico per i piccoli imprenditori. Durante l’interrogatorio, ha precisato di non aver «mancato di rispetto all’Islam», ma di aver sollevato una questione di carattere economico[33].
Nell’ottobre 2024, 137 Orang Asli (popolazione indigena della Penisola Malese)[34] hanno ottenuto il diritto di comparire in tribunale per contestare il proprio status religioso. Gli interessati, appartenenti alla tribù dei Bateq Tanum nello Stato di Pahang, hanno dichiarato di aver sempre professato una religione animista tradizionale e di essere stati «convertiti forzatamente all’Islam» a causa di un’incomprensione della lingua malese. Il caso è emerso grazie all’intervento dell’avvocata e attivista per i diritti umani Siti Kasim, anch’ella appartenente agli Orang Asli[35].
Nello Stato del Sabah, alcuni funzionari governativi sono stati accusati di aver modificato arbitrariamente l’identità religiosa ufficiale di cittadini cristiani, registrandoli come musulmani. Avvocati specializzati in diritti umani hanno denunciato diversi casi in cui l’indicazione religiosa sui documenti d’identità era stata alterata senza il consenso degli interessati. Nell’agosto 2024, Rieno Glant Oleant George ha ottenuto una sentenza favorevole per il ripristino della propria identità cristiana, al termine di un lungo iter per la rimozione della dicitura «Islam» dalla carta d’identità. Un elemento determinante nella decisione del tribunale è stato un documento rilasciato dal Dipartimento per gli Affari Religiosi Islamici locale, da cui risultava che Rieno non figurava tra le persone convertite all’Islam nello Stato del Sabah[36].
Nel novembre 2024, John Ilus, membro dell’Assemblea Legislativa del Sarawak, ha sollecitato il Ministero dell’Istruzione a reintrodurre le lezioni di catechismo per gli studenti delle scuole locali, con l’obiettivo di promuovere «lo sviluppo del carattere dei giovani del Sarawak». Due terzi della popolazione cristiana della Malesia risiedono negli Stati del Borneo, in particolare nel Sarawak e nel Sabah[37].
Nel 2024, Firdaus Wong, noto predicatore islamico, è stato sottoposto a indagine per aver incitato docenti e leader religiosi a convertire segretamente minori non musulmani[38].
In un clima di crescente xenofobia, i rifugiati rohingya provenienti dal Myanmar continuano a essere oggetto di discriminazioni e ostilità, aggravate dalla diffusione sui social media di contenuti che alimentano il timore di una presunta «sottrazione di posti di lavoro da parte degli stranieri».[39]. Nonostante appartengano alla comunità musulmana, i rohingya sono per lo più percepiti come immigrati clandestini e indesiderati. Inoltre, mentre la maggioranza dei musulmani malesi aderisce alla scuola giuridica shafi‘ita (madhab), i rohingya seguono tradizionalmente quella hanafita. In tale contesto, alcuni rifugiati rohingya hanno iniziato ad adottare pratiche sunnite malesi nel tentativo di facilitare l’integrazione sociale[40].
Sebbene in passato la Malesia abbia accolto rifugiati rohingya, negli ultimi anni l’accesso al Paese è stato progressivamente limitato. All’inizio di gennaio 2025, le autorità hanno respinto due imbarcazioni che trasportavano complessivamente quasi 300 rifugiati musulmani rohingya[41].
Prospettive per la libertà religiosa
Nonostante alcuni sviluppi positivi emersi nel periodo in esame – tra cui l’annullamento delle leggi statali della Shari‘a nel Kelantan e le decisioni giudiziarie volte a impedire la conversione religiosa dei minori in assenza del consenso esplicito di entrambi i genitori – permangono gravi criticità. Tra queste si annoverano la perdurante detenzione e il perseguimento penale di individui accusati di aver offeso i sentimenti religiosi. Il governo, inoltre, non ha ancora introdotto la legge sull’armonia religiosa, da tempo annunciata.
Il nuovo disegno di legge sui Muftì, qualora approvato, comporterebbe un ampliamento significativo dei poteri attribuiti agli studiosi legali islamici nei Territori Federali.
Pur essendo stati compiuti alcuni progressi, le prospettive generali in materia di libertà religiosa – sia per i musulmani sia per i non musulmani – rimangono complessivamente negative.
Fonti