PAKISTAN
Quadro giuridico relativo alla libertà religiosa ed effettiva applicazione
Il Pakistan è stato fondato come Stato laico nel 1947, in occasione della partizione dell’India britannica. Progressivamente, tuttavia, le componenti più radicali dell’Islam hanno contribuito a definire un orientamento marcatamente islamico del Paese, soprattutto durante la dittatura del generale Mohammad Zia-ul-Haq (1977-1988), periodo in cui la legge islamica (Shari‘a) ha assunto un ruolo sempre più centrale nel sistema giuridico nazionale.
La popolazione è quasi interamente musulmana, prevalentemente sunnita, con circa il 90 percento dei sunniti aderenti alla scuola hanafita. Gli sciiti costituiscono una minoranza stimata tra il 10 e il 15 percento. Le minoranze religiose non musulmane – tra cui cristiani, indù e ahmadi – rappresentano complessivamente circa il 3 percento della popolazione[1].
Dal punto di vista etnico, i principali gruppi sono: punjabi (44,7 percento), pashtun o pathan (15,4 percento), sindhi (14,1 percento), saraiki (8,4 percento), muhajir (7,6 percento), balochi (3,6 percento) e altri (6,3 percento) [2].
Il Pakistan ha sottoscritto la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (UDHR) del 1948 e ha ratificato il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici (ICCPR) nel 2010, impegnandosi così, in base all’articolo 18, a garantire alla propria popolazione le libertà di pensiero, coscienza e religione.
Sebbene l’articolo 2 della Costituzione del 1973 (ripristinata nel 2002 e successivamente modificata nel 2018) [3] stabilisca che «l’Islam è la religione di Stato del Pakistan», la Carta riconosce anche alcune tutele per le minoranze religiose. Il Preambolo afferma che «saranno adottate disposizioni adeguate affinché le minoranze possano professare e praticare liberamente la propria religione e sviluppare la propria cultura»[4]. L’articolo 20, (commi A e B), garantisce che «ogni cittadino ha il diritto di professare, praticare e propagare la propria religione» e che «ogni confessione religiosa e corrente religiosa ha il diritto di istituire, mantenere e gestire i propri istituti religiosi».
L’articolo 21 della Costituzione stabilisce che «nessuna persona può essere costretta a pagare alcuna tassa speciale il cui ricavato sia destinato alla promozione o al mantenimento di una religione diversa dalla propria». L’articolo 22, paragrafo 1, disciplina le «garanzie relative alle istituzioni educative in materia di religione», affermando che «nessuna persona che frequenti un’istituzione educativa può essere obbligata a ricevere insegnamenti religiosi». Il paragrafo 3, (comma A), prevede inoltre che a «nessuna comunità religiosa o denominazione religiosa può essere impedito di impartire un insegnamento religioso agli studenti appartenenti a tale comunità o denominazione in un’istituzione educativa mantenuta interamente dalla stessa». Infine, il comma b dello stesso paragrafo stabilisce che «nessun cittadino può essere escluso dall’ammissione a un’istituzione educativa finanziata con fondi pubblici per motivi esclusivamente legati a razza, religione, casta o luogo di nascita».
Tuttavia, tali garanzie costituzionali risultano spesso applicate in modo parziale, specialmente dopo l’introduzione, nel 2021, da parte del governo di Imran Khan, del cosiddetto Curriculum Nazionale Unico (Single National Curriculum - SNC)[5] per le scuole primarie e religiose, successivamente rinominato Curriculum Nazionale del Pakistan (National Curriculum of Pakistan - NCP) nel luglio 2022[6]. Il programma ha suscitato ampie critiche da parte di esperti di istruzione e difensori dei diritti umani per la sua scarsa inclusività e per l’enfasi eccessiva sui contenuti religiosi islamici, a scapito delle fedi minoritarie[7].
Nel gennaio 2024, il Ministero dell’Istruzione Federale e della Formazione Professionale ha approvato il Curriculum per l’Istruzione Religiosa del 2023 (Religious Education Curriculum – REC) , una riforma significativa per le classi dalla prima alla dodicesima. Il nuovo programma risponde a richieste di lunga data in favore di una maggiore inclusività. In precedenza, lo studio dell’Islam era obbligatorio per tutti gli studenti, indipendentemente dalla loro fede. Con la riforma, agli studenti non musulmani è finalmente consentito approfondire le proprie tradizioni religiose — Bahaismo, Buddismo, Cristianesimo, Induismo, Kalasha, Sikhismo e Zoroastrismo[8]. Accolta positivamente dalle comunità minoritarie, tale iniziativa rappresenta un passo importante verso un sistema educativo più equo e rispettoso della diversità religiosa in Pakistan[9].
Nel 2024, il Pakistan ha adottato la Legge sulla registrazione delle madrase del 2024 (Madrasa Registration Bill), formalmente intitolato Emendamento alla legge sulla registrazione delle associazioni del 2024 (Societies Registration (Amendment) Act). La normativa rappresenta una riforma significativa volta a regolare e integrare le madrase (scuole islamiche) nel più ampio sistema educativo nazionale. Approvata nel dicembre 2024, la legge impone la registrazione obbligatoria di tutte le madrase, la presentazione di relazioni annuali e l’attuazione di revisioni finanziarie, al fine di promuovere trasparenza e responsabilità. Essa vieta inoltre l’insegnamento di contenuti che promuovano il settarismo o l’estremismo, incoraggia l’introduzione graduale di materie accademiche contemporanee e consente l’inserimento degli studi religiosi comparati nei curricula. Sostituendo la ormai obsoleta Legge del 1860 sulla registrazione delle associazioni (Societies Registration Act del 1860) e trasferendo la supervisione dalle autorità locali a quelle federali, l’emendamento mira a migliorare la governance e ad armonizzare gli standard educativi religiosi con quelli nazionali[10]. Nonostante questi sviluppi positivi, diversi studi segnalano che il percorso verso l’eliminazione della discriminazione nei confronti delle minoranze religiose in ambito educativo resta lungo e complesso, come sarà illustrato nella sezione dedicata agli episodi rilevanti[11].
Alcune disposizioni costituzionali confermano l’esistenza di impedimenti istituzionali. L’articolo 41 stabilisce che «una persona non può essere eletta Presidente se non è musulmana», mentre l’articolo 91 (paragrafo 3) prevede che anche il Primo Ministro debba professare la religione islamica. L’articolo 203 attribuisce alla Corte Federale della Shari’a il potere di invalidare qualsiasi legge ritenuta contraria all’Islam o di suggerirne la modifica[12].
L’articolo 260 (paragrafo 3, commi A e B) distingue ufficialmente tra musulmani e non musulmani, contribuendo a radicare atteggiamenti discriminatori basati sull’appartenenza religiosa. In base a tale articolo, la comunità Ahmadiyya è classificata come minoranza non musulmana.
Le cosiddette leggi sulla blasfemia, introdotte tra il 1982 e il 1986 sotto il generale Zia-ul-Haq, sono contenute nel Codice Penale del Pakistan (PPC) [13], in particolare negli articoli 295-B, 295-C, 298-A, 298-B e 298-C. Queste disposizioni limitano fortemente la libertà religiosa e di espressione: la profanazione del Corano è punita con l’ergastolo, mentre l’insulto al profeta Maometto comporta la pena di morte. Il concetto di blasfemia è definito in termini ampi e ambigui, includendo una vasta gamma di condotte — come mancanza di rispetto verso persone, oggetti di culto, costumi e credenze religiose — e si presta facilmente ad abusi ed uso improprio.
L'incorporazione dei commi B e C dell’articolo 298 nel codice penale da parte del generale Zia-ul-Haq, ha reso reato penale per gli ahmadi definirsi musulmani, utilizzare titoli o espressioni legati alla figura del profeta Maometto, praticare riti islamici o propagare la propria fede.
La tutela generale contro qualsiasi forma di offesa o vilipendio religioso è formalmente riconosciuta per tutte le religioni dagli articoli 295, 295-A e 298 del codice penale pachistano. Tuttavia, gli articoli 295-B, 295-C, 298-A, 298-B e 298-C sanzionano esclusivamente condotte considerate offensive nei confronti dell’Islam. Poiché il sistema giuridico pachistano si basa non solo sulla Common Law ma anche sulla Shari‘a, tali norme sono applicate unicamente a tutela dell’Islam[14]. Non sorprende dunque che - come riportato dal Centre for Social Justice (CSJ) con sede a Lahore - dalla nascita del Pakistan nel 1947 fino al 1986 siano stati registrati solo sei casi di blasfemia, mentre tra il 1987 e il 2023, dopo l’introduzione dei suddetti articoli, vi siano stati 2.449 casi [15].
Inoltre, il numero di membri delle minoranze religiose accusati di blasfemia risulta altamente sproporzionato rispetto alla loro incidenza demografica. La maggior parte degli imputati è composta da musulmani (1.279, pari al 52,23 percento), seguiti da ahmadi (783, 31,93 percento), cristiani (291, 11,88 percento), indù (45, 1,84 percento), mentre in 52 casi (2,12 percento) l’appartenenza religiosa non è stata confermata. In totale, il 45,6 percento delle accuse – pari a 1.118 casi – ha riguardato membri di comunità minoritarie, a fronte di una presenza complessiva stimata intorno al 3,5 percento della popolazione[16].
Preoccupa, inoltre, l’alto numero di omicidi e atti di violenza che seguono accuse di blasfemia. Ne sono prova i casi registrati nel periodo di riferimento a Nankana Sahib, Jaranwala, Sargodha, Madyan e Umerkot[17]. Tra il 1994 e il 2024, un totale di 109 persone accusate di blasfemia sono state uccise extragiudizialmente in episodi di violenza collettiva in tutto il Paese. Tra le vittime, 67 erano musulmani (64 percento), 26 cristiani (25 percento), sette ahmadi, un indù, un buddhista, mentre in due casi l’appartenenza religiosa non è stata identificata[18].
Uno sviluppo significativo nel periodo di riferimento è stata l’adozione all’unanimità, il 23 giugno 2024, di una risoluzione da parte dell’Assemblea nazionale del Pakistan, che ha condannato l’aumento dei linciaggi da parte delle folle, in particolare a Swat e Sargodha. L’Assemblea ha sottolineato che tali atti sono intollerabili in qualsiasi società civile, invitando i governi federale e provinciali a garantire la protezione dei cittadini – in particolare delle minoranze religiose e dei gruppi vulnerabili. L’Assemblea ha inoltre esortato le autorità del Khyber Pakhtunkhwa e del Punjab a condurre indagini tempestive e a perseguire i responsabili[19].
Degna di nota anche la risoluzione approvata all’unanimità dall’Assemblea provinciale del Punjab nel giugno 2024, che ha condannato le violenze legate ad accuse di blasfemia e ha ribadito la necessità di tutelare tutti i cittadini, indipendentemente dall’appartenenza religiosa. La risoluzione è stata adottata in risposta al linciaggio di un turista a Swat, accusato di aver profanato il Corano[20].
Con l’inserimento degli articoli 298-B e 298-C nel Codice penale pachistano (PPC), il generale Zia-ul-Haq ha reso penalmente perseguibile per gli Ahmadi definirsi musulmani, utilizzare termini e appellativi associati al Profeta Maometto, praticare riti islamici nel culto o propagare la propria fede.
Il 17 gennaio 2023, l’Assemblea nazionale del Pakistan ha approvato all’unanimità il Disegno di legge sulle leggi penali (Criminal Laws Bill), un emendamento all’articolo 298-A del PPC, che aumenta da tre a dieci anni la pena per chi manchi di rispetto alle mogli, alla famiglia e ai compagni del Profeta, prevedendo inoltre un’ammenda di un milione di rupie. Il disegno di legge è stato presentato da Maulana Abdul Akbar Chitrali, membro del partito Jamaat-e-Islami Pakistan, il quale ha affermato che, in caso di gravi offese, la pena dovrebbe essere l’ergastolo[21]. L’emendamento è stato formalmente approvato dal Senato pakistano il 7 agosto 2023[22].
Un progresso significativo si è registrato nel novembre 2023, quando la Corte Suprema del Pakistan ha ordinato alle autorità del Khyber Pakhtunkhwa di sostituire in tutti i documenti ufficiali il termine «Esai» con «Masihi» per riferirsi ai cristiani. La decisione, che risponde a una lunga rivendicazione della comunità cristiana, riconosce «Masihi» come denominazione rispettosa, in contrasto con le connotazioni casteggiate e dispregiative associate a «Esai». La sentenza rappresenta un passo importante verso una maggiore dignità e inclusione dei cristiani in Pakistan[23].
Nonostante alcuni sviluppi legislativi durante il periodo in esame, la Commissione nazionale per le minoranze (National Commission for Minorities – NCM)[24], ricostituita nel 2020 con l’obiettivo di promuovere l’armonia interreligiosa e proteggere i non musulmani, continua a presentare carenze in termini di efficacia istituzionale e di adeguata rappresentatività[25]. Il 7 agosto 2023, l’Assemblea nazionale ha approvato il disegno di legge sulla Commissione, ma due giorni dopo il Senato ha rifiutato di esaminarlo, in seguito alle critiche espresse da varie organizzazioni della società civile riguardo alla sua inefficacia e alla mancata conformità ai Principi di Parigi delle Nazioni Unite[26].
Una versione rivista del disegno di legge – presentata nel dicembre 2024 – prevede un organo composto da 13 membri, inclusi nove rappresentanti delle minoranze, e sottolinea l’autonomia finanziaria e amministrativa[27]. Tuttavia, i difensori dei diritti umani rimangono critici, osservando che, in assenza di poteri statutari e di un’autonomia istituzionale effettiva, la commissione rischia di restare un organismo meramente simbolico. Le critiche si concentrano anche sull’esclusione della comunità ahmadi e sulla decisione di mantenere la commissione sotto l’autorità del Ministero per gli Affari Religiosi (Ministry of Religious Affairs – MRA), anziché collocarla presso il Ministero per i Diritti Umani (Ministry of Human Rights – MHR), compromettendone l’indipendenza e l’allineamento con gli standard internazionali[28].
Come descritto nella sezione sugli episodi rilevanti, rapimenti, conversioni e matrimoni forzati continuano a colpire le minoranze religiose, anche a causa della mancanza di efficaci garanzie giuridiche. Il 13 ottobre 2021, una commissione parlamentare ha respinto una proposta di legge contro le conversioni forzate, in seguito all’opposizione del Ministero per gli Affari Religiosi, nonostante le proteste dei parlamentari appartenenti alle minoranze[29].
Nel luglio 2024, il Parlamento del Pakistan ha approvato un emendamento alla Legge sul matrimonio cristiano (Christian Marriage Act )del 1872, che innalza da 16 a 18 anni l’età legale minima per il matrimonio, sia per gli uomini sia per le donne cristiane. L’emendamento è stato promulgato il 23 luglio 2024, a seguito della firma del presidente Asif Ali Zardari[30]. Sebbene l’emendamento alla Legge sul matrimonio cristiano del 2024 rappresenti un passo importante verso una maggiore protezione dei minori, la sua applicazione resta limitata al Territorio della Capitale Islamabad. Ai sensi dell’articolo 144 (paragrafo 1) della Costituzione, le assemblee provinciali devono adottare una propria legislazione; in assenza di ciò, continuano ad applicarsi le leggi personali, come la Legge per la limitazione dei matrimoni infantili (Child Marriage Restraint Act), che consente il matrimonio per le ragazze a partire dai 16 anni, limitando così l’efficacia dell’emendamento alla sola capitale.
Sebbene rappresenti un passo avanti, la legge modificata conserva diverse disposizioni obsolete del testo originario del 1872, tra cui definizioni vaghe dei ministri di culto autorizzati e l’assenza di sanzioni in caso di violazioni procedurali. Inoltre, il persistente problema delle conversioni religiose forzate di ragazze cristiane all’Islam prima del matrimonio continua a rappresentare un ostacolo significativo: una volta convertite, le ragazze ricadono sotto il diritto personale islamico, rendendo inapplicabili le tutele previste dalla Legge sul matrimonio cristiano e, di fatto, eludendo le salvaguardie introdotte dalla riforma[31].
Il Pakistan si colloca al settimo posto a livello mondiale per numero complessivo di matrimoni infantili, con circa 19,36 milioni di donne sposate prima dei 18 anni[32].
Il numero di ragazze indù e cristiane rapite, costrette alla conversione all’Islam e al matrimonio con i propri rapitori, continua ad aumentare. Secondo attivisti indù e cristiani, ogni anno tra le 500 e le 1.000 ragazze appartenenti alle due minoranze religiose sarebbero costrette a sposarsi con uomini musulmani e obbligate a convertirsi. Secondo i dati del Centre for Social Justice (CSJ), il 75 percento delle vittime ha meno di 18 anni, il 18 percento meno di 14; il 16 percento delle donne sono identificate come “adulte”, mentre l’età del restante 9 percento non è stata determinata[33].
L’aumento dei casi è in gran parte attribuibile all’assenza di tutele giuridiche adeguate e all’applicazione discontinua delle normative esistenti. La provincia del Sindh, che presenta un numero particolarmente elevato di tali episodi, rimane l’unica ad aver adottato una legislazione specifica – la Legge per la Limitazione dei matrimoni infantili della provinciaa del Sindh (Sindh Child Marriage Restraint Act) del 2013 – volta a prevenire i matrimoni precoci[34]. Applicata per la prima volta nel 2020, la legge ha permesso in alcuni casi il ritorno delle ragazze rapite alle proprie famiglie. Tuttavia, persistono rilevanti criticità, in particolare l’incapacità di annullare i matrimoni islamici anche quando la minore età della ragazza è legalmente accertata[35].
Il successo parziale della legislazione del Sindh, a fronte dell’assenza di strumenti legali analoghi nelle altre province, evidenzia l’urgente necessità di introdurre tutele simili a livello nazionale. Le ragazze sottoposte a conversioni forzate vengono spesso private della possibilità di ritornare alla loro fede originaria e alle loro famiglie. Un caso emblematico è quello di Rajeeta Meghwar Kolhi, una ragazza indù rapita nel Sindh nell’agosto 2024. Dopo essere riuscita a fuggire due mesi più tardi, le sue ripetute richieste di essere riaccompagnata dalla propria famiglia sono state respinte. Il tribunale ha invece ordinato il suo inserimento in un centro di accoglienza femminile. Lo stesso tribunale, tuttavia, aveva in precedenza autorizzato una ragazza musulmana in una situazione analoga a tornare presso la propria famiglia[36].
L’Assemblea del Sindh non ha ancora approvato una legge che vieti esplicitamente le conversioni forzate. Nel 2016, la Proposta di legge penale per la protezione delle minoranze (Criminal Law (Protection of Minorities) Bill) era stata approvata all’unanimità, ma non è mai entrata in vigore, poiché l’allora governatore – sotto pressione dei partiti religiosi – si è rifiutato di firmarla[37].
Sebbene non direttamente connesso alla libertà religiosa, un emendamento restrittivo alla Legge sulla prevenzione dei crimini informatici (Prevention of Electronic Crimes Act - PECA) – introdotto nel gennaio 2025 – appare altamente rilevante per le sue potenziali implicazioni sulla libertà di espressione, in particolare per le minoranze religiose e i gruppi politici. La nuova versione della legge prevede pene più severe per la diffusione di cosiddette “fake news” e attribuisce al governo maggiori poteri di blocco dei contenuti digitali. Sin dalla sua approvazione iniziale nel 2016, la PECA è stata ampiamente criticata per la vaghezza del linguaggio e per disposizioni eccessivamente ampie[38]. Come sarà analizzato nella sezione successiva, diversi casi di blasfemia registrati nel periodo di riferimento sono strettamente connessi ad attività svolte sui social media, rendendo particolarmente significativi gli emendamenti più recenti alla normativa.
Episodi rilevanti e sviluppi
Negli ultimi anni, il Pakistan ha attraversato profondi cambiamenti politici. La rimozione del Primo Ministro Imran Khan nell’aprile 2022 ha segnato l’inizio di un periodo di instabilità. Shehbaz Sharif, leader della Pakistan Muslim League-Nawaz (PML-N), gli è succeduto l’11 aprile 2022, in un contesto di crescente crisi economica che ha reso necessario, nel luglio 2024, un pacchetto di salvataggio da sette miliardi di dollari da parte del Fondo Monetario Internazionale (FMI) [39].
Alle elezioni generali dell’8 febbraio 2024, la PML-N ha ottenuto 108 seggi – un risultato insufficiente per la maggioranza, ma che ha consentito la formazione di una coalizione con il Pakistan Peoples Party (PPP). Sharif è stato rieletto Primo Ministro il 3 marzo 2024[40]. Le elezioni sono state seguite da accuse di brogli e di ingerenze politiche. Da allora, l’esercito ha ulteriormente rafforzato la propria influenza sulla vita politica, economica e sociale del Paese[41].
Parallelamente, si è registrato un marcato deterioramento della sicurezza interna, dovuto all’intensificarsi della minaccia terroristica. Nel 2025, il Pakistan si è classificato al secondo posto nel Global Terrorism Index – il livello più alto dal 2014. Nel solo 2024, i decessi legati ad attacchi terroristici sono aumentati del 45 percento rispetto all’anno precedente, raggiungendo un totale di 1.081 vittime. Il numero di attacchi è più che raddoppiato, passando da 517 nel 2023 a 1.099 nel 2024 – la cifra più alta mai registrata dal lancio dell’Indice. Si tratta del quinto anno consecutivo di crescita del numero delle vittime, con l’incremento annuale più significativo dell’ultimo decennio[42].
Questo aumento è strettamente connesso al ritorno al potere dei talebani in Afghanistan nel 2021. Le province del Belucistan e del Khyber Pakhtunkhwa, che confinano con l’Afghanistan, restano le più colpite, con oltre il 96 percento degli attacchi e delle vittime registrati nel 2024[43].
Particolarmente attiva è anche la Provincia dello Stato Islamico del Khorasan (ISKP), allineata all’obiettivo globale dello Stato Islamico di istituire un califfato transnazionale. Il gruppo si distingue per l’estrema brutalità e colpisce frequentemente civili, minoranze religiose – in particolare musulmani sciiti – e fazioni sunnite rivali come i talebani. Mentre questi ultimi hanno intensificato la repressione dell’ISKP in Afghanistan, molti combattenti si sono trasferiti in Pakistan, dove stanno consolidando le proprie reti operative tanto nelle aree urbane quanto in quelle rurali. Questo spostamento ha contribuito a un netto aumento delle violenze, con attacchi sempre più sofisticati contro le forze di sicurezza, le minoranze religiose e gli eventi pubblici, aggravando l’instabilità regionale e acuendo le tensioni settarie[44].
Terrorismo
Nel periodo di riferimento, numerosi attacchi terroristici hanno preso di mira luoghi di culto in Pakistan. Uno dei più gravi si è verificato il 30 gennaio 2023, quando un attentatore suicida ha fatto esplodere degli ordigni all’interno di una moschea affollata situata in una zona ad alta sicurezza a Peshawar, nella provincia del Khyber Pakhtunkhwa, provocando almeno 100 vittime[45]. Si è trattato dell’attacco più letale nella città dai due attentati suicidi del 2013 contro la Chiesa di Ognissanti[46].
Nel 2023, la comunità sikh in Pakistan ha subito una serie di violenze mirate, in particolare a Peshawar. Il 24 giugno 2023, Manmohan Singh, un uomo sikh di 35 anni, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco in quello che la polizia ha definito un attacco mirato. Lo Stato Islamico (IS) ha rivendicato l’omicidio[47]. Si è trattato del terzo omicidio contro membri della comunità sikh nello stesso anno, suscitando forti preoccupazioni per la sicurezza e il futuro del gruppo religioso. In risposta, molti sikh si sono trasferiti in altre aree del Pakistan o hanno scelto di emigrare[48].
Il 29 settembre 2023, due attentati suicidi hanno colpito eventi religiosi in Pakistan: uno ha preso di mira una processione per il 12 Rabi-ul-Awwal a Mastung, nel Belucistan, l’altro una moschea a Hangu, nel Khyber Pakhtunkhwa. Gli attacchi coordinati hanno causato almeno 58 morti e oltre 80 feriti[49]. Sebbene nessun gruppo ne abbia rivendicato ufficialmente la responsabilità, alcuni analisti hanno evidenziato somiglianze con le tattiche impiegate dalla Provincia dello Stato Islamico del Khorasan (ISKP) [50].
Le violenze contro i musulmani sciiti, già aumentate a partire dagli anni ’80 con l’avvio delle politiche di islamizzazione del generale Zia-ul-Haq, hanno subito un’ulteriore recrudescenza nel periodo più recente. Il 21 novembre 2024, un gruppo armato ha teso un’imboscata a un convoglio di fedeli sciiti in viaggio da Parachinar a Peshawar, nel distretto di Kurram, nella provincia del Khyber Pakhtunkhwa. L’attacco, durato circa 40 minuti, ha provocato almeno 42 morti – tra cui sei donne – e una ventina di feriti. Il ministro federale degli Interni, Mohsin Naqvi, ha condannato l’assalto definendolo un atto terroristico, sebbene nessun gruppo ne abbia rivendicato la responsabilità[51].
Blasfemia
Come evidenziato nella sezione sul quadro giuridico, i casi di blasfemia hanno registrato un significativo aumento durante il periodo di riferimento. Secondo alcuni degli ultimi dati disponibili, almeno 225 persone sono state accusate di blasfemia tra gennaio e metà agosto 2024. Questo dato segue i 329 casi documentati nel 2023, indicando un’incidenza stabilmente elevata delle accuse anno dopo anno[52].
L’11 febbraio 2023, un tragico episodio si è verificato a Nankana Sahib, nel Punjab, quando Muhammad Waris è stato accusato di blasfemia per la presunta profanazione del Corano. Waris, precedentemente assolto nel 2019 da accuse analoghe, era stato posto in custodia presso la stazione di polizia di Warburton. Una folla, in parte istigata tramite i social media, ha preso d’assalto la stazione, ha sopraffatto gli agenti, ha prelevato Waris con la forza, lo ha linciato e ha tentato di incendiarne il corpo[53].
Uno degli episodi più gravi legati ad accuse di blasfemia si è verificato il 16 agosto 2023 a Jaranwala, nella provincia del Punjab, dove una folla ha attaccato la comunità cristiana locale dopo che due uomini cristiani erano stati accusati di aver profanato il Corano. Le violenze hanno comportato la distruzione di almeno 22 chiese e l’incendio di oltre 90 abitazioni cristiane. Secondo le ricostruzioni, i disordini sono stati incitati da annunci diffusi dalle moschee locali e sui social media, che invitavano i musulmani a mobilitarsi. In risposta, centinaia di persone armate di bastoni e pietre hanno preso d’assalto il quartiere cristiano[54].
Alla fine di giugno 2024, risultavano ancora detenute solo due persone in relazione agli attacchi di Jaranwala: Pervez Kodu, un cristiano accusato di aver contribuito a costruire la falsa accusa di blasfemia contro i due fratelli cristiani, e un uomo musulmano. Nel frattempo, fino a 300 persone arrestate per atti di violenza collettiva sono state rilasciate, evidenziando il persistente problema dell’impunità in casi di questo tipo[55].
The Jaranwala incident was significantly shaped by a disinformation campaign and inflammatory content disseminated via social media. Platforms such as Facebook and WhatsApp played a central role in spreading incitement, including videos urging people to mobilise against Christians accused of blasphemy. False allegations and emotionally charged messaging quickly gained traction, intensifying public outrage. Traditional media further exacerbated the situation. The incident illustrates how digital and broadcast media can be manipulated to incite mob violence, particularly against religious minorities in an atmosphere of fear and intolerance.[56]
L’episodio di Jaranwala è stato fortemente influenzato da una campagna di disinformazione e da contenuti incendiari diffusi tramite i social media. Piattaforme come Facebook e WhatsApp hanno avuto un ruolo centrale nella diffusione di incitamenti, inclusi video che esortavano la popolazione a mobilitarsi contro i cristiani accusati di blasfemia. Le accuse infondate e i messaggi emotivamente carichi si sono rapidamente propagati, alimentando l’indignazione pubblica. I media tradizionali hanno contribuito a esasperare ulteriormente la situazione. L’episodio dimostra come i media digitali e radiotelevisivi possano essere manipolati per incitare alla violenza collettiva, in particolare contro le minoranze religiose in un clima di paura e intolleranza.
Un simile coinvolgimento dei media è stato osservato il 25 maggio 2024, quando Nazir Masih, un cristiano di 70 anni originario di Sargodha, nel Punjab, è stato vittima di un brutale linciaggio in seguito ad accuse di blasfemia. È stato picchiato selvaggiamente, la sua abitazione è stata saccheggiata e il suo negozio di calzature incendiato. Nonostante l’intervento medico, è deceduto per le ferite riportate il 3 giugno 2024. Il caso ha suscitato particolare allarme poiché l’intera aggressione è stata filmata e trasmessa in diretta sui social media, con video che mostravano più persone aggredire l’anziano mentre altre incitavano alla violenza[57]. In seguito all’episodio, è stato aperto un procedimento penale nei confronti di 40 sospetti identificati e oltre 400 non identificati. Sebbene inizialmente siano state arrestate più di 60 persone, 52 sono state rapidamente rilasciate su cauzione, sollevando gravi interrogativi in merito alla responsabilità penale e alla persistente impunità nei casi di violenza collettiva legata ad accuse di blasfemia[58].
Nel caso del linciaggio di Sargodha, interviste con familiari e residenti locali hanno rivelato che l’intervento della polizia durante l’aggressione è stato inadeguato e che Nazir Masih è stato picchiato anche alla presenza degli agenti. Questo racconto è stato confermato da video diffusi sulle piattaforme social, che documentavano il mancato intervento delle forze dell’ordine per disperdere la folla[59].
A seguito di una missione conoscitiva sul linciaggio di Sargodha, la Commissione per i Diritti Umani del Pakistan (HRCP) ha concluso che le violenze potrebbero aver avuto origine da una disputa personale, successivamente amplificata attraverso una narrazione religiosa per mobilitare un sostegno più ampio e incitare all’indignazione pubblica. Il rapporto della Commissione evidenzia un preoccupante schema ricorrente in Pakistan, in cui conflitti individuali sfociano in accuse di blasfemia, con conseguente violenze di massa. Il documento segnala inoltre un presunto legame tra il principale istigatore del caso di Sargodha e il Tehreek-i-Labbaik Pakistan (TLP), un partito politico religioso estremista, sollevando serie preoccupazioni sull’uso strumentale del sentimento religioso per fini personali o politici[60].
In alcuni casi, un tempestivo intervento delle forze dell’ordine ha impedito linciaggi da parte della folla contro persone accusate di blasfemia. Nel febbraio 2024, un assistente sovrintendente di polizia è intervenuto per salvare una giovane donna da una folla violenta in un mercato di Lahore, dove era stata accusata di blasfemia per aver indossato un abito con caratteri arabi, erroneamente ritenuti contenere versetti coranici[61].
Uno studio condotto dalla Commissione Nazionale per i Diritti Umani (National Commission for Human Rights – NCHR) ha documentato un drammatico aumento delle incarcerazioni legate a casi di blasfemia in Pakistan, con i casi passati da 11 nel 2020 a 767 entro la metà del 2024. L’aumento è stato particolarmente marcato nella provincia del Punjab, che da sola ha registrato 594 casi a luglio 2024. Secondo la NCHR, tale incremento è in gran parte attribuibile ad accuse di blasfemia legate a contenuti diffusi tramite i social media, con un impatto significativo sui giovani[62].
Questa tendenza sembra strettamente collegata alle attività di reti organizzate specializzate nell’identificare presunti casi di blasfemia online. Tra queste, spicca in particolare la Legal Commission on Blasphemy Pakistan (Commissione Legale sulla Blasfemia del Pakistan - LCBP). Composta in gran parte da avvocati del Punjab con orientamenti conservatori e islamisti, la Commissione opera all’interno di una più ampia rete di attori legali e religiosi che promuovono l’applicazione rigorosa delle leggi sulla blasfemia. Questi gruppi hanno guidato campagne aggressive per sollecitare l’intervento dello Stato, contribuendo a un’impennata di denunce di blasfemia online. Un rapporto del luglio 2023 del Ministero per gli Affari Religiosi (Ministry of Religious Affairs – MRA), basato su dati dell’Agenzia Federale d’Investigazione (Federal Investigation Agency – FIA), ha segnalato oltre 400.000 denunce, molte delle quali collegate anche ad accuse di contenuti offensivi[63].
Un rapporto interno redatto dalla Divisione speciale della polizia del Punjab, intitolato «Il business della blasfemia», ha rivelato l’esistenza di un racket criminale che attraverso ricatti ed estorsioni avrebbe incastrato le vittime – per lo più giovani musulmani sunniti – in casi di blasfemia fabbricati ad arte. Lo stesso gruppo è stato identificato come querelante nel 90 percento dei casi di blasfemia registrati presso l’Agenzia Federale d’Investigazione. Il rapporto ha stimato almeno 300 vittime, evidenziando l’abuso sistemico delle leggi sulla blasfemia e l’urgente necessità di una riforma[64].
Altri gravi episodi di violenza legati ad accuse di blasfemia si sono verificati durante il periodo di riferimento. Il 21 giugno 2024, a Madyan, nella Valle dello Swat, un turista locale è stato linciato da una folla in seguito all’accusa di aver profanato il Corano. Filmati scioccanti, ampiamente diffusi sui social media, mostrano una folla numerosa radunata attorno al corpo in fiamme della vittima, a testimonianza della brutalità dell’attacco[65].
Un altro caso allarmante si è verificato il 7 settembre 2024 a Umerkot, nel Sindh, dove il dottor Shahnawaz Kumbhar è stato accusato di blasfemia per un post pubblicato su Facebook. L’accusa ha scatenato proteste violente, tra cui l’assalto a una stazione di polizia e l’incendio di veicoli delle forze dell’ordine. Poco dopo, Kumbhar è stato ucciso a colpi di arma da fuoco in quello che è stato descritto come un «scontro a fuoco» con la polizia – una versione che ha sollevato interrogativi in un clima di forte tensione e richieste di giustizia[66].
Durante il periodo in esame, numerose persone in Pakistan sono state condannate a morte o all’ergastolo per accuse legate alla blasfemia. Sebbene finora nessuna condanna capitale sia stata eseguita, e le corti superiori abbiano talvolta annullato le sentenze, gli imputati spesso trascorrono anni nel braccio della morte prima di essere assolti. Anche dopo il rilascio, le minacce alla loro sicurezza permangono, costringendo molti a vivere nascosti o in esilio, a causa del costante rischio di violenza extragiudiziale e di emarginazione sociale.
Il 29 giugno 2024, Ahsan Raja Masih, un lavoratore cristiano di 22 anni impiegato in una fornace di mattoni, è stato condannato a morte dal Tribunale antiterrorismo di Sahiwal sulla base di diverse disposizioni del Codice penale pachistano. Era accusato di aver condiviso sui social media l’immagine di un Corano danneggiato. Il tribunale ha ritenuto che le sue azioni avessero offeso i sentimenti dei musulmani e costituito un tentativo di incitamento all’odio religioso[67].
Nel settembre 2024, Shagufta Kiran, una donna cristiana di 40 anni e madre di quattro figli, è stata condannata a morte per blasfemia. Era stata arrestata il 29 luglio 2021 a Islamabad, con l’accusa di aver condiviso contenuti blasfemi in un gruppo WhatsApp nel settembre 2020[68].
Molti leader sciiti hanno percepito le modifiche all’articolo 298 comma A del codice penale pachistano come un attacco alle loro credenze e pratiche religiose, suscitando una significativa controversia. Tale percezione affonda le sue radici, in parte, nelle distinzioni teologiche proprie dell’Islam sciita, all’interno del quale sono presenti posizioni critiche nei confronti di Aisha – la più giovane moglie del Profeta Maometto – a causa della sua storica opposizione ad Ali ibn Abi Talib, che i musulmani sciiti considerano il legittimo successore del Profeta[69].
Nell’agosto 2023, Agha Baqir al-Hussaini, noto religioso sciita, è stato arrestato a Skardu – la città più grande della regione del Gilgit-Baltistan – dopo aver criticato pubblicamente le recenti modifiche alla legislazione sulla blasfemia. In un discorso, ha affermato che i musulmani sciiti non si sarebbero astenuti dal criticare alcune figure storiche – compagni e parenti del Profeta Maometto – che si erano opposte alla successione di Ali ibn Abi Talib[70].
Anche gli ahmadi in Pakistan sono frequentemente accusati di blasfemia e subiscono discriminazioni legali e sociali sistematiche ai sensi dell’articolo 295 (commi A e B) del codice penale. Secondo i dati del sito Persecution of Ahmadis e della Commissione Nazionale per i Diritti Umani (NCHR), la comunità ahmadiyya in Pakistan è vittima di una persecuzione sistematica e duratura. Tra il 1984 e il 9 febbraio 2023, almeno 277 ahmadi sono stati uccisi[71] e 415 aggrediti fisicamente a causa della loro fede. Oltre agli attacchi contro le persone, la comunità ha subito aggressioni ripetute ai propri luoghi di culto e di sepoltura: 31 luoghi di culto ahmadi sono stati demoliti, 40 sigillati dalle autorità, 29 danneggiati o incendiati e 16 occupati con la forza. Inoltre, 39 corpi sono stati riesumati, 96 sepolture negate e 99 tombe profanate[72].
Nel 2024, almeno 36 ahmadi sono stati arrestati nel Punjab e nel Sindh per aver praticato i rituali di Eid-al-Azha, che la legge pakistana vieta loro di osservare in quanto considerati non musulmani. Nel frattempo, i sostenitori del Tehreek-e-Labbaik Pakistan (TLP) hanno incitato alla violenza online. Durante un raduno nel maggio 2024, il leader del TLP, Asim Ashfaq Rizvi, ha pubblicamente minacciato di giustiziare gli ahmadi che avessero praticato il sacrificio rituale, mentre la polizia assisteva senza intervenire[73].
Anche la comunità induista continua a subire discriminazioni sistemiche. Nel giugno 2023, la Commissione per l’Istruzione Superiore (HEC) ha ordinato alle università di astenersi dal celebrare la festa di Holi, definendola incompatibile con l’identità e i valori islamici del Pakistan. Tale direttiva, motivata dalle celebrazioni avvenute presso la Quaid-i-Azam University, ha suscitato forti critiche ed è stata interpretata come un segnale della marginalizzazione istituzionale delle minoranze religiose, in particolare nel settore educativo[74].
Un mese dopo, la comunità induista è stata colpita da un nuovo grave episodio con la demolizione del tempio Mari Mata, risalente a 150 anni fa, situato nel quartiere di Soldier Bazaar a Karachi. L’operazione è avvenuta durante la notte, in concomitanza con un’interruzione dell’energia elettrica, mediante l’uso di bulldozer ed escavatori. Sebbene le mura esterne e il cancello del tempio siano rimasti in piedi, la struttura interna è stata completamente distrutta. Secondo alcuni testimoni, una pattuglia della polizia era presente durante la demolizione, sollevando forti dubbi su una possibile complicità ufficiale e sulla mancata tutela del patrimonio religioso delle minoranze[75].
Non si è trattato di un caso isolato. Nel 2023 si è registrato un netto aumento degli episodi di violenza non fatali contro le comunità non musulmane e i loro luoghi di culto, con 193 incidenti documentati in quattro province. La maggior parte degli attacchi si è verificata nel Punjab e nel Sindh, regioni tradizionalmente considerate meno esposte al terrorismo. Durante il periodo di riferimento, oltre 60 siti religiosi sono stati profanati, tra cui 36 luoghi di culto ahmadi, 22 chiese, due templi indù e un gurdwara sikh[76]. Tra i numerosi casi, un episodio ha coinvolto la comunità cristiana nel marzo 2024, quando ignoti hanno profanato tre tombe in un cimitero cristiano situato nell’area di Batora, nel distretto di Swat[77].
Conversioni forzate
Il fenomeno dei rapimenti, delle violenze sessuali e delle conversioni forzate all’Islam di ragazze e giovani donne appartenenti a minoranze religiose continua a registrare un aumento, con gravi ripercussioni per le comunità cristiana, induista e, in misura minore, sikh.
Nel gennaio 2023, esperti delle Nazioni Unite hanno espresso profonda preoccupazione per l’incremento dei casi di rapimento, conversione religiosa forzata e matrimonio coatto di ragazze appartenenti a comunità religiose minoritarie in Pakistan. I relatori ONU hanno sottolineato come tali pratiche costituiscano gravi violazioni dei diritti umani fondamentali, compresi la libertà di religione o credo e i diritti dell’infanzia. Gli esperti hanno invitato il governo pachistano ad adottare misure immediate ed efficaci per prevenire tali abusi, perseguire penalmente i responsabili e garantire giustizia e protezione adeguata alle vittime. I relatori hanno inoltre sollecitato l’adozione di una legislazione organica e l’attuazione di politiche mirate a tutelare le minoranze religiose e gli altri gruppi vulnerabili da simili violazioni[78].
Nel giugno 2023, Kareena Kumari, una giovane ragazza indù presumibilmente rapita nel distretto di Shaheed Benazirabad, ha testimoniato in tribunale di essere stata costretta a convertirsi all’Islam e a sposare un uomo musulmano. In seguito alla sua testimonianza, il tribunale ha disposto il suo trasferimento in un centro di protezione per donne e, successivamente, il ritorno presso la famiglia[79]. Suo padre ha denunciato pubblicamente che estremisti religiosi – in particolare Mian Abdul Haq (comunemente noto come Mian Mithu), del nord del Sindh – gestirebbero le cosiddette «fabbriche di conversione», dove ragazze non musulmane vengono rapite e costrette alla conversione e al matrimonio[80].
Il 31 gennaio 2023, il Ministero degli Affari Religiosi ha organizzato un seminario a Islamabad durante il quale, secondo quanto riferito dalla Commissione, il fenomeno delle conversioni forzate, dei rapimenti e dei matrimoni forzati è stato negato. Ciò ha suscitato profondo sconcerto e indignazione tra i membri delle comunità cristiana e induista presenti all’evento[81].
Un caso emblematico è quello di Laiba Suhail, una bambina cristiana di 10 anni originaria di Faisalabad, rapita l’11 febbraio 2024, costretta a convertirsi all’Islam e a sposare Muhammad Irfan, un uomo divorziato di 35 anni. Benché la minore età fosse comprovata da documentazione ufficiale rilasciata dall’Autorità nazionale per il database e la registrazione (NADRA), le prime indagini hanno respinto le accuse di matrimonio infantile. Un certificato di matrimonio datato 6 marzo 2024 riportava falsamente che Laiba avesse 17 anni. Solo grazie all’insistenza legale della famiglia, Irfan è stato infine arrestato e sono state presentate ulteriori accuse contro i responsabili del rapimento e della falsificazione dei documenti[82].
Uno dei casi più recenti è quello di Ariha Gulzar, una bambina cristiana di 12 anni originaria di Okara, rapita il 20 gennaio 2025, convertita con la forza all’Islam e sposata al suo rapitore, Sajjad Baloch. Nonostante le ripetute richieste di intervento legale e protezione da parte della famiglia, Ariha si trova ancora in stato di detenzione, mentre i suoi familiari continuano a subire minacce e intimidazioni[83].
I membri delle minoranze religiose in Pakistan sono inoltre oggetto di pressioni e violenze per aver rifiutato la conversione all’Islam. Un esempio recente è il caso di Waqas Masih, un cristiano di 22 anni che, secondo quanto riportato, sarebbe stato aggredito il 22 marzo 2025 dal suo supervisore, Zohaib, presso la Subhan Paper Mills di Sheikhupura, nel Punjab. Secondo le fonti disponibili, l’aggressione sarebbe avvenuta in seguito al rifiuto di Waqas di convertirsi all’Islam, nonostante le insistenze del suo datore di lavoro[84].
Discriminazione
Le minoranze religiose in Pakistan devono affrontare anche altre forme di discriminazione legate al loro status socio-economico. Una delle problematiche più gravi è rappresentata dal lavoro forzato nelle fornaci di mattoni. Si stima che circa 4,5 milioni di persone siano impiegate nelle circa 20.000 fornaci presenti nel Paese, con una rappresentanza sproporzionata di appartenenti a minoranze religiose. Sebbene queste ultime costituiscano meno del quattro percento della popolazione nazionale, i membri delle minoranze – in particolare cristiani e indù delle caste svantaggiate (Scheduled Castes) [85] – rappresentano fino al 50 percento della forza lavoro nelle fornaci, soprattutto nelle province del Punjab e del Sindh[86]. La combinazione tra appartenenza a caste basse e condizione economica precaria rende estremamente difficile ottenere un’adeguata tutela legale o rappresentanza in caso di discriminazione.
Le recenti inondazioni da record hanno colpito in modo sproporzionato le comunità indù e cristiane a basso reddito. In risposta agli eventi meteorologici estremi, le autorità municipali hanno avviato campagne contro gli insediamenti informali – abitati prevalentemente da appartenenti a queste comunità – che hanno portato alla demolizione di abitazioni e chiese costruite lungo le vie naturali di deflusso delle acque. Già colpite da forme di segregazione residenziale, le famiglie sfollate si trovano ora ad affrontare anche l’ulteriore ostacolo del reinsediamento[87].
La discriminazione verso le minoranze religiose è inoltre storicamente radicata nel sistema educativo pachistano, in particolare nei libri di testo scolastici. Sebbene negli ultimi anni siano stati compiuti alcuni progressi, molti testi contengono ancora contenuti offensivi o denigratori nei confronti delle comunità minoritarie. Uno studio del Centre for Social Justice (CSJ) ha confermato la persistenza di questi contenuti nei curricula regionali, evidenziando rappresentazioni faziose, giudizi morali e stereotipi religiosi nel 14 percento dei capitoli dei libri di testo del Punjab, nel cinque percento delle pubblicazioni della National Book Foundation e nello 0,7 percento dei testi del Sindh. In confronto, i libri di testo del Khyber Pakhtunkhwa e del Balochistan non presentavano contenuti di incitamento diretto all’odio. Esempi di linguaggio discriminatorio includono espressioni come «mentalità degli indù», «completo dominio degli indù sui musulmani» e «atteggiamento anti-musulmano del Congresso». Queste narrazioni alimentano l’intolleranza religiosa e ostacolano gli sforzi volti a promuovere ambienti di apprendimento inclusivi e rispettosi per studenti di ogni provenienza[88].
Uno studio del ricercatore Azam Mairaj evidenzia la marginalizzazione sistematica delle minoranze religiose in Pakistan – in particolare delle caste svantaggiate (Scheduled Castes) e dei cristiani – attraverso la manipolazione dei dati censuari. Le caste svantaggiate, che un tempo rappresentavano circa il 34 percento della popolazione minoritaria, furono escluse dal censimento del 1981 e, nonostante la loro reintegrazione nel 1998, continuano a essere significativamente sottostimate. Una tendenza analoga ha riguardato i cristiani nel censimento del 2017, che ha omesso circa 730.000 persone rispetto alle stime di crescita demografica attesa. Questa cancellazione statistica ha avuto un impatto diretto sulla rappresentanza politica, soprattutto dopo l’introduzione degli elettorati separati nel 1985, che ha ridotto l’influenza di queste comunità. Al contrario, gli indù delle caste superiori hanno visto crescere la loro quota dal 16 percento nei primi censimenti a quasi il 44 percento nel 2023, anche grazie a una maggiore capacità organizzativa. Secondo Mairaj, tale manipolazione costituisce una forma di «genocidio statistico», che rafforza la discriminazione sistemica nei confronti delle minoranze[89].
Anche la comunità sciita del Pakistan ha denunciato pregiudizi sistematici da parte delle istituzioni statali. Durante il mese di Muharram, di grande rilevanza religiosa per i musulmani sciiti, sono state imposte restrizioni. In alcune aree, le autorità locali hanno invocato l’articolo 144 del codice di procedura penale per vietare le tradizionali processioni sciite, giustificandole con preoccupazioni per l’ordine pubblico e il rischio di tensioni settarie. In una misura senza precedenti, la polizia di Islamabad ha inoltre imposto un divieto di dieci giorni all’ingresso delle motociclette e al trasporto di passeggeri su moto nella zona rossa della capitale. Sebbene le autorità abbiano promesso mezzi di trasporto alternativi, molti residenti a basso reddito si sono trovati senza reali opzioni, evidenziando l’impatto sproporzionato di tali misure di sicurezza sulle minoranze religiose[90].
La conseguenza ultima è che, in particolare, i membri delle minoranze religiose in Pakistan – tra cui cristiani, indù, ahmadi e sette musulmane minoritarie – sono stati costretti ad abbandonare le proprie case, a spostarsi internamente o a cercare asilo all’estero a causa di persecuzioni, accuse di blasfemia e violenze religiose. Questa tendenza, alimentata dall’estremismo crescente, perdura da oltre un decennio ed è proseguita anche nel periodo di riferimento. Alcuni sono stati costretti a nascondersi; altri, di fronte all’insicurezza e alle difficoltà economiche, hanno lasciato il Paese e vivono tuttora bloccati all’estero con le proprie famiglie. Nella provincia del Sindh, numerose famiglie indù sono emigrate in India, denunciando conversioni forzate, estorsioni e rapimenti – dando luogo a quella che alcuni osservatori hanno definito una «migrazione silenziosa»[91].
Prospettive per la libertà religiosa
Nel periodo in esame si sono registrati alcuni sviluppi positivi, tra cui l’adozione del Curriculum per l’Istruzione Religiosa (Religious Education Curriculum – REC) nel 2023, la risoluzione dell’Assemblea Nazionale del 23 giugno 2024 che condanna i linciaggi da parte delle folle, e l’approvazione del Legge sul matrimonio cristiano del 2024. Tali misure rappresentano un progresso graduale verso una maggiore inclusione e protezione giuridica per le minoranze religiose.
Tuttavia, la persistente discriminazione strutturale e una cultura dell’impunità continuano a compromettere la libertà religiosa, sfociando spesso in vere e proprie forme di persecuzione. Particolarmente preoccupante è l’aumento delle accuse di blasfemia, molte delle quali appaiono infondate e sempre più legate a contenuti diffusi sui social media, con frequenti episodi di violenza da parte della folla.
Altrettanto allarmante è l’estensione della legislazione sulla blasfemia attraverso il Disegno di legge sulle leggi penali, che ha ampliato l’ambito di applicazione dell’articolo 298-A del Codice penale pachistano, rafforzando un quadro normativo che facilmente si presta ad abusi.
Tali criticità sono ulteriormente aggravate dalla profonda instabilità politica ed economica e dalla crescente influenza dei gruppi estremisti, acuita dal ritorno al potere dei talebani nel vicino Afghanistan. Di conseguenza, le prospettive per la libertà religiosa in Pakistan restano negative – tanto per le comunità minoritarie quanto per i membri della maggioranza musulmana, anch’essi interessati da queste dinamiche.
Fonti