Quadro giuridico relativo alla libertà religiosa ed effettiva applicazione
L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU e la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) considerano i Territori Palestinesi come territori occupati da Israele[1] dal giugno 1967, quando lo Stato di Israele ha conquistato Gerusalemme Est, la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, superando la linea d’armistizio del 1949. Tali territori erano precedentemente controllati dalla Giordania (Gerusalemme Est e Cisgiordania) e dall’Egitto (Striscia di Gaza).
Nel 1993, con gli Accordi di Oslo, Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) si sono riconosciuti reciprocamente. L’anno seguente è stata istituita l’Autorità Palestinese (AP), ufficialmente Autorità Nazionale Palestinese (ANP), come entità di autogoverno transitoria[2] in alcune aree della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, con esclusione di Gerusalemme Est, che Israele considera parte integrante della propria capitale e dove l’AP non esercita alcuna autorità.
I negoziati bilaterali volti alla creazione di uno Stato palestinese accanto a Israele non hanno prodotto risultati concreti. Nel 2005, Israele si è ritirato unilateralmente dalla Striscia di Gaza, mantenendo tuttavia il controllo dei suoi confini terrestri, marittimi e aerei. Dal 2007, a seguito della presa di potere da parte del Movimento di Resistenza Islamica (Hamas), la Striscia è governata da Hamas, mentre la Cisgiordania resta sotto l’amministrazione dell’AP, con sede a Ramallah. Da allora, i Territori Palestinesi risultano politicamente e territorialmente divisi. Nello stesso periodo, si sono susseguiti numerosi conflitti armati tra Israele e Hamas.
I negoziati bilaterali volti alla creazione di uno Stato palestinese accanto a Israele non hanno prodotto risultati concreti. Nel 2005, Israele si è ritirato unilateralmente dalla Striscia di Gaza, mantenendo tuttavia il controllo dei suoi confini terrestri, marittimi e aerei. Dal 2007, a seguito della presa di potere da parte del Movimento di Resistenza Islamica (Hamas), la Striscia è governata da Hamas, mentre la Cisgiordania resta sotto l’amministrazione dell’AP, con sede a Ramallah. Da allora, i Territori Palestinesi risultano politicamente e territorialmente divisi. Nello stesso periodo, si sono susseguiti numerosi conflitti armati tra Israele e Hamas.
Nel novembre 2012[3], l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha riconosciuto la Palestina come Stato osservatore non membro. Il 3 gennaio 2013, il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha emesso un decreto con cui si sostituiva ufficialmente il nome “Autorità Palestinese” con “Stato di Palestina” [4]. Attualmente, la Palestina è riconosciuta da 146 Stati membri dell’ONU[5], oltre che dalla Santa Sede[6].
Nel 2015, la Santa Sede e lo Stato di Palestina hanno sottoscritto un Accordo Globale[7], entrato pienamente in vigore nel gennaio 2016. L’accordo regola aspetti essenziali della vita e delle attività della Chiesa cattolica in Palestina, garantendo il diritto della Chiesa a operare nei territori palestinesi e quello dei cristiani a praticare liberamente la propria fede e a partecipare pienamente alla vita sociale.
La popolazione palestinese è in maggioranza musulmana sunnita, ma comprende anche una comunità cristiana autoctona stimata tra i 40.000 e i 50.000 membri (di cui circa 9.000-10.000 a Gerusalemme Est) [8], oltre a una piccola comunità samaritana di circa 400 persone insediata nei pressi di Nablus[9]. Attualmente, circa 737.000 coloni israeliani ebrei vivono in insediamenti costruiti in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, insediamenti considerati illegali secondo il diritto internazionale[10].
La Palestina non dispone di una costituzione permanente, ma è regolata dalla Legge Fondamentale Palestinese, promulgata nel 2003 e modificata nel 2005, che funge da Carta costituzionale provvisoria[11].
L’articolo 4 (paragrafi 1-3) stabilisce: «L’Islam è la religione ufficiale della Palestina. Sarà mantenuto il rispetto della sacralità di tutte le altre religioni divine. I principi della shari‘a islamica costituiscono una fonte principale della legislazione. L’arabo sarà la lingua ufficiale».
L’articolo 9 afferma che «i palestinesi sono uguali davanti alla legge e alla magistratura, senza distinzione basata su razza, sesso, colore, religione, opinioni politiche o disabilità». L’articolo 18 garantisce la «libertà di credo, di culto e di esercizio delle funzioni religiose», purché ciò non contrasti con l’ordine o la morale pubblica. L’articolo 101 prevede che «la legge islamica e le questioni di stato personale sono di competenza dei tribunali religiosi e della shari‘a, secondo quanto stabilito dalla legge».
La conversione dall’Islam non è espressamente vietata, ma nella pratica è ostacolata da forti pressioni sociali. Il proselitismo è proibito[12].
Un Decreto Presidenziale del 2017 stabilisce che i presidenti di alcuni consigli municipali — tra cui Ramallah, Betlemme, Beit Jala e altri sei — debbano essere cristiani palestinesi, anche laddove questi non costituiscano la maggioranza della popolazione locale[13] . Un successivo Decreto Presidenziale del 2021 ha riservato sette seggi ai cristiani nel Consiglio Legislativo Palestinese, composto da 132 membri[14] . Il presidente Mahmoud Abbas si avvale inoltre della collaborazione di ministri e consiglieri cristiani. I cristiani sono rappresentati anche nel servizio diplomatico e nell’amministrazione interna dell’Autorità Palestinese.
L’Autorità Palestinese riconosce ufficialmente tredici confessioni cristiane[15], tra cui la Chiesa cattolica romana, la Chiesa greco-ortodossa, la Chiesa apostolica armena e la Chiesa anglicana. I rispettivi tribunali ecclesiastici sono competenti in materia di stato personale — matrimonio, divorzio, eredità — secondo le norme di ciascuna Chiesa. In passato, altre comunità cristiane, in particolare quelle evangeliche, pur potendo operare liberamente, non godevano del riconoscimento ufficiale e dei relativi diritti giuridici. Tuttavia, nel 2019, il Consiglio delle Chiese Evangeliche Locali in Palestina ha ottenuto il riconoscimento legale, che consente ora alle Chiese evangeliche di rilasciare certificati di matrimonio, aprire conti bancari, acquistare e registrare beni immobili e luoghi di culto[16].
La frammentazione territoriale della Palestina — tra Striscia di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est — determina condizioni significativamente differenti per la libertà religiosa. A Gaza, sotto il controllo di Hamas, la minoranza cristiana è soggetta a forti pressioni sociali e restrizioni significative, con una tolleranza limitata verso la diversità religiosa. In Cisgiordania, l’Autorità Palestinese garantisce formalmente la libertà delle “religioni celesti”, ma la frammentazione del controllo territoriale e le misure di sicurezza imposte da Israele ostacolano l’accesso ai luoghi di culto e la partecipazione religiosa. A Gerusalemme Est, sottoposta alla giurisdizione israeliana, sussistono maggiori tutele legali, ma i palestinesi — musulmani e cristiani — affrontano barriere di sicurezza e discriminazioni amministrative che incidono negativamente sull’esercizio della libertà religiosa.
Episodi rilevanti e sviluppi
Nel gennaio 2023, un ricercatore palestinese, intervistato dalla televisione ufficiale dell’Autorità Palestinese (AP), ha affermato che «gli ebrei sono per natura arroganti, non accettano l’altro». Ha aggiunto che «il loro pensiero [ebraico] è basato sul razzismo che ha generato odio ovunque. Il pensiero sionista si basa su […] i Protocolli dei Savi di Sion»[17].
Nel maggio 2023, il presidente dell’AP, Mahmoud Abbas, durante un discorso pronunciato alle Nazioni Unite a New York, ha negato l’esistenza di legami ebraici con il Monte del Tempio a Gerusalemme. «Israele scava [sotto la moschea di al-Aqsa] da trent’anni per trovare qualsiasi prova dell’esistenza» di un legame ebraico con il sito, ha dichiarato Abbas, aggiungendo che «al-Haram al-Sharif appartiene esclusivamente ai musulmani»[18].
Sempre nel maggio 2023, un gruppo di migliaia di pellegrini ebrei — il più numeroso dalla pandemia di COVID-19 — ha visitato la Tomba di Giuseppe, un santuario[19] religioso conteso situato nella città di Nablus[20], sotto il controllo dell’AP. In seguito all’attacco terroristico del 7 ottobre 2023 contro Israele da parte di Hamas, le visite dei pellegrini al sito sono state sospese, per poi riprendere alcuni mesi dopo. Nel luglio 2024, circa 500 pellegrini ebrei sono stati scortati dalle forze israeliane alla Tomba, circostanza che avrebbe provocato scontri tra soldati israeliani e uomini armati[21].
Nel giugno 2023, una scuola nel villaggio di Urif, in Cisgiordania, è stata incendiata da coloni israeliani, che avrebbero anche tentato di appiccare il fuoco ad alcune abitazioni e a una moschea[22]. Nello stesso mese, copie del Corano sono state sottratte e danneggiate all’interno di una moschea della stessa località[23]. Il ministro egiziano degli Awqaf (Beni religiosi), Mokhtar Gomaa, ha condannato la profanazione, affermando: «L’attacco dei coloni contro una delle moschee di Urif a Nablus e contro le copie del Sacro Corano in essa contenute è la fonte del terrorismo, dell’estremismo e del razzismo che mina ogni opportunità di convivenza e compromette violentemente la libertà delle persone di scegliere la propria fede e di esercitare i riti della propria religione in sicurezza»[24].
Il 7 ottobre 2023, nelle prime ore del sabato ebraico e alla vigilia della festa di Simchat Torah, Hamas e altri gruppi militanti islamisti, tra cui la Jihad Islamica, hanno lanciato un attacco coordinato contro Israele, accompagnato da un massiccio lancio di razzi diretti indiscriminatamente contro centri abitati israeliani nelle aree confinanti con la Striscia di Gaza. Denominata “Operazione Alluvione di al-Aqsa”[25], l’offensiva è stata effettuata a sorpresa via terra, mare e aria ha provocato circa 1.200 morti, per lo più civili, inclusi numerosi bambini. Si è trattato del più grave massacro di ebrei dalla Shoah e del più letale attacco terroristico nella storia dello Stato di Israele[26]. Oltre 5.000 persone sono rimaste ferite[27] e 251 civili e soldati israeliani sono stati presi in ostaggio e condotti nella Striscia di Gaza[28].
Subito dopo l’attacco, sono emerse testimonianze di stupri[29], mutilazioni e profanazioni di corpi[30]. Una rappresentante speciale delle Nazioni Unite si è recata in visita ufficiale in Israele per indagare sulle accuse di violenza sessuale, concludendo che vi erano «motivi ragionevoli per ritenere che si siano verificati episodi di violenza sessuale legata al conflitto»[31]. Allo stesso tempo, varie fonti — in Israele e all’estero — hanno denunciato abusi ai danni di palestinesi da parte delle forze israeliane a Gaza e nelle carceri israeliane[32], compresi episodi di tortura e violenza sessuale.
In seguito all’attacco lanciato da Hamas il 7 ottobre 2023, Israele ha imposto un divieto quasi totale all’ingresso dei lavoratori palestinesi provenienti dalla Cisgiordania occupata, provocando gravi «shock di offerta» secondo il governatore della Banca Centrale israeliana. Prima dell’attacco, oltre 150.000 lavoratori attraversavano quotidianamente il confine per impieghi prevalentemente nei settori dell’edilizia e dell’agricoltura. Nel dicembre 2023, in risposta alle pressioni esercitate da ambienti imprenditoriali, il governo israeliano ha autorizzato il ritorno di soli 8.000-10.000[33] lavoratori, limitatamente però agli insediamenti israeliani e ad attività situate in Cisgiordania. Anche l’economia palestinese ha subito gravi conseguenze, con un crescente stato di instabilità in Cisgiordania e una situazione economica ormai prossima al collasso nella Striscia di Gaza[34].
La risposta israeliana all’attacco del 7 ottobre ha avuto inizio lo stesso giorno. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato: «Siamo in guerra», annunciando l’avvio di attacchi aerei contro obiettivi di Hamas a Gaza[35]. Successivamente, Israele ha lanciato un’invasione su vasta scala della Striscia, accompagnata da intensi bombardamenti che hanno reso inabitabili ampie porzioni del territorio[36]. Secondo i dati forniti dal Ministero della Sanità di Gaza, controllato da Hamas, al 25 giugno 2025 risultavano circa 56.000 palestinesi uccisi e oltre 132.000 feriti[37].
Nel corso del conflitto, diversi episodi hanno coinvolto edifici religiosi e civili. Nell’ottobre 2023, diciotto civili sono rimasti uccisi e almeno una dozzina feriti a seguito di un attacco israeliano al complesso della Chiesa ortodossa greca di San Porfirio, nella città vecchia di Gaza, dove si erano rifugiati circa 450 membri della piccola comunità cristiana locale[38].
Sempre in ottobre, membri di Hamas e della Jihad Islamica Palestinese sono stati uccisi in un attacco aereo israeliano contro la moschea Al-Ansar di Jenin, utilizzata secondo fonti israeliane come centro operativo[39].
Nel novembre 2023, bombardamenti aerei israeliani sulla Striscia hanno distrutto oltre 50 abitazioni cristiane e una scuola cristiana, danneggiando inoltre altri edifici religiosi, tra cui la Scuola delle Suore del Rosario, frequentata da circa 1.250 studenti cristiani e musulmani[40].
Nello stesso mese, coloni israeliani hanno issato una bandiera israeliana sul minareto di una moschea nel campo profughi di al-Fawwar, nei pressi di Hebron[41] .
Nel dicembre 2023, due donne cristiane — una madre anziana e sua figlia — sono state uccise da colpi d’arma da fuoco esplosi da un cecchino israeliano nel cortile della Parrocchia della Sacra Famiglia a Gaza City. Il Patriarcato Latino di Gerusalemme ha dichiarato in un comunicato stampa: «Verso mezzogiorno di oggi […], un cecchino delle Forze di Difesa Israeliane ha assassinato due donne cristiane all’interno della Parrocchia della Sacra Famiglia a Gaza, dove la maggior parte delle famiglie cristiane si è rifugiata dall’inizio della guerra». «Nahida e sua figlia Samar sono state uccise mentre si dirigevano verso il convento delle suore. Una delle due è stata uccisa mentre cercava di soccorrere l’altra»[42]. Interpellato sulla vicenda, l’esercito israeliano ha dichiarato di stare indagando sull’accaduto, che si è verificato nei pressi dell’unica chiesa cattolica della Striscia di Gaza[43].
Lo stesso comunicato ha riferito che razzi sparati da un carro armato israeliano avevano colpito il convento delle Suore di Madre Teresa, dove risiedevano 54 persone con disabilità. L’attacco ha danneggiato gravemente l’edificio, distrutto il generatore e le riserve di carburante, rendendo la struttura inabitabile[44].
Nel dicembre 2023, immagini diffuse sui social media hanno mostrato soldati israeliani intenti a recitare una preghiera ebraica imitandone lo stile islamico. Il Ministero degli Esteri palestinese ha denunciato l’episodio come una profanazione di un sito religioso. In seguito, i soldati coinvolti sono stati rimossi dalle attività operative[45].
Nel febbraio 2024, circa trenta cristiani risultavano deceduti a causa del conflitto in corso a Gaza. Tra le vittime figurano le persone uccise nell’attacco al complesso parrocchiale ortodosso greco nell’ottobre 2023, due donne colpite da un cecchino presso la Chiesa cattolica della Sacra Famiglia, e undici persone morte per malattie croniche non adeguatamente curate, a causa del collasso del sistema sanitario[46].
Nel marzo 2024, Israele ha imposto restrizioni particolarmente severe ai cristiani palestinesi residenti in Cisgiordania che intendevano celebrare la Pasqua a Gerusalemme. Soltanto circa 200 leader religiosi cristiani hanno ricevuto l’autorizzazione a entrare in città, mentre ai fedeli comuni è stato impedito l’accesso[47].
Nell’aprile 2024, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che «condanna i contenuti problematici e carichi d’odio che incitano alla violenza, diffondono antisemitismo e fomentano l’odio nei libri di testo scolastici palestinesi redatti da funzionari finanziati dall’Unione europea, così come nei materiali educativi supplementari elaborati dal personale dell’UNRWA e utilizzati nelle sue scuole»[48]. Una risoluzione analoga era stata adottata anche l’anno precedente[49].
Nel luglio 2024, dopo dodici anni di contenzioso legale, la famiglia cristiana Kisiya è stata sfrattata dalla propria terra ad al-Makhrour, nei pressi di Betlemme, da parte dell’esercito israeliano e di coloni[50].
Sempre nel luglio 2024, la Commissione Giustizia e Pace della Chiesa cattolica di Terra Santa ha condannato sia gli attacchi terroristici compiuti da Hamas, sia la risposta militare di Israele. «Né gli attacchi di Hamas, né la devastante guerra condotta da Israele in risposta soddisfano i criteri della “guerra giusta” secondo la Dottrina cattolica», ha dichiarato la Commissione. Citando Papa Francesco, che ha più volte invocato un cessate il fuoco immediato e il rilascio degli ostaggi israeliani, la dichiarazione ha sottolineato che il diritto di Israele alla legittima difesa deve rispettare i principi di distinzione e proporzionalità, nonché il diritto internazionale umanitario[51]. L’ambasciata israeliana presso la Santa Sede ha criticato la dichiarazione, affermando: «È deplorevole che un gruppo della Chiesa cattolica abbia deciso di pubblicare un documento che, usando pretesti religiosi e giochi linguistici, non fa altro che opporsi di fatto al diritto di Israele di difendersi dalle intenzioni dichiarate dei suoi nemici di porre fine alla sua esistenza»[52].
Nell’agosto 2024, cinque miliziani palestinesi, tra cui il comandante della Jihad Islamica Muhammad Jabber, sono stati uccisi in uno scontro a fuoco con l’esercito israeliano «all’interno e nei pressi di una moschea» a Tulkarem, in Cisgiordania[53]. Nello stesso mese, in seguito ad attentati con autobomba in Cisgiordania, l’esercito israeliano ha chiuso temporaneamente la Moschea di Ibrahim / Tomba dei Patriarchi a Hebron. Le autorità militari hanno dichiarato che la misura è stata adottata per motivi di sicurezza, con un rafforzamento dei controlli per i fedeli palestinesi ed ebrei[54].
Sempre nell’agosto 2024, durante una delle operazioni più estese condotte in Cisgiordania, l’esercito israeliano ha ucciso cinque combattenti palestinesi all’interno di una moschea a Tulkarem[55].
Nello stesso mese, il Patriarcato Latino di Gerusalemme ha condannato un ulteriore raid israeliano contro la Scuola della Sacra Famiglia a Gaza City[56], che ha provocato quattro morti e numerosi feriti[57]. L’edificio, che fungeva da rifugio per civili, non ospitava religiosi al momento dell’attacco[58].
Nell’ottobre 2024, la Moschea di Ibrahim è stata nuovamente chiusa per quattro giorni in concomitanza con le festività ebraiche, come già avvenuto in anni precedenti. Le autorità israeliane impongono regolarmente restrizioni all’accesso per fedeli ebrei e musulmani durante le rispettive festività religiose, citando motivazioni di sicurezza[59].
Nel novembre 2024, Salman al-Dayah, principale studioso islamico di Gaza ed ex decano della Facoltà di Shari‘a e Diritto dell’Università islamica di Gaza (affiliata ad Hamas), ha emesso una fatwa criticando l’attacco del 7 ottobre 2023. Secondo al-Dayah, Hamas ha violato i principi islamici che regolano il jihad, affermando che prima di intraprendere un’azione militare occorre valutare attentamente le sue conseguenze[60].
Nel novembre 2024, la Corte Penale Internazionale (CPI) dell’Aia ha emesso mandati di arresto nei confronti del Primo Ministro israeliano Benyamin Netanyahu e dell’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant, ritenendo vi fossero fondati motivi per considerarli responsabili di crimini contro l’umanità e crimini di guerra[61]. Un mandato analogo è stato emesso nei confronti del leader di Hamas Mohammed Diab Ibrahim Al-Masri, noto con il nome di battaglia “Deif”, per presunti crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi sia sul territorio dello Stato di Israele sia su quello dello Stato di Palestina. Mandati erano stati richiesti anche per Ismail Haniyeh e Yahya Sinwar, alti dirigenti di Hamas, ma sono stati successivamente ritirati in seguito alla conferma della loro morte. Per quanto riguarda Deif, la Corte non è riuscita a stabilire se fosse ancora in vita[62]; la sua morte è stata confermata da Hamas nel gennaio 2025[63].
Nel dicembre 2024, Israele ha rilasciato due donne cristiane palestinesi detenute in regime di detenzione amministrativa. Una di esse, Lian Nasser, non ha potuto ricevere la visita del proprio parroco, che desiderava portarle la Comunione[64].
Sempre nel dicembre 2024, tre pellegrini ebrei hasidici sono rimasti feriti da colpi d’arma da fuoco nei pressi della Tomba di Giuseppe, a Nablus, dopo essersi recati sul posto senza alcun coordinamento con le autorità di sicurezza[65]. Uno dei feriti è stato consegnato dalla polizia palestinese alle forze di sicurezza israeliane, mentre gli altri due sono stati evacuati dall’esercito israeliano[66]. Nello stesso mese, uomini armati palestinesi hanno ferito lievemente l’autista di un autobus che trasportava pellegrini ebrei verso lo stesso sito. L’autista e 19 pellegrini sono stati successivamente arrestati dalle forze israeliane per essere entrati illegalmente nell’area[67].
Nel dicembre 2024, Papa Francesco ha ricevuto in Vaticano il Presidente palestinese Mahmoud Abbas, che ha chiesto al Pontefice di «continuare a promuovere il riconoscimento dello Stato di Palestina nella comunità internazionale». Secondo Abbas, «se si vuole raggiungere la pace, non esiste alternativa alla soluzione dei due Stati»[68].
Come già avvenuto l’anno precedente, le celebrazioni del Natale 2024 a Betlemme si sono svolte in forma ridotta, senza luminarie né albero in Piazza della Mangiatoia, a causa della guerra in corso nella Striscia di Gaza[69].
Tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025, diverse moschee in Cisgiordania sono state prese di mira da coloni israeliani. Nel dicembre 2024, una moschea nel villaggio di Marda è stata imbrattata con scritte razziste e incendiata[70]. Nel febbraio 2025, coloni hanno appiccato il fuoco a una moschea nel villaggio beduino di Arab al-Mleihat, a nord-ovest di Gerico[71]. Nel marzo 2025, coloni sono penetrati in una moschea a Khirbet Tana, nel nord della Cisgiordania, vandalizzando l’edificio e aggredendo alcuni fedeli riuniti per la preghiera del Ramadan[72].
Nel febbraio 2025, i capi delle Chiese di Gerusalemme hanno condannato un piano proposto dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump per “prendere il controllo” e riqualificare Gaza. In una dichiarazione congiunta, hanno affermato: «Il popolo di Gaza, famiglie che vivono da generazioni nella terra dei loro antenati, non deve essere costretto all’esilio, privato di ciò che resta delle proprie case, della propria eredità e del diritto a rimanere nella terra che costituisce l’essenza della loro identità»[73].
Nel febbraio 2025, il Vicepresidente per lo Sviluppo dell’Università di Betlemme, unica università cattolica della Palestina, ha denunciato a Vatican News le crescenti difficoltà affrontate dagli studenti per raggiungere il campus, a causa delle nuove misure di sicurezza imposte da Israele[74].
Nel marzo 2025, le autorità israeliane hanno rifiutato di aprire completamente la Moschea di Ibrahim ai fedeli musulmani per la preghiera del venerdì, come avviene tradizionalmente durante il mese sacro del Ramadan. Secondo le autorità palestinesi, tali venerdì rientrano tra i «dieci giorni dell’anno in cui la Moschea di Ibrahim viene aperta completamente ai fedeli musulmani»[75].
Sempre nel marzo 2025, in seguito al crollo della tregua con Hamas, Israele ha lanciato nuovi attacchi nei pressi della Chiesa della Sacra Famiglia a Gaza. Fin dallo scoppio del conflitto, il complesso parrocchiale era diventato un rifugio per circa 500 persone, in gran parte cristiani[76].
Prospettive per la libertà religiosa
Nel periodo in esame, l’Autorità Palestinese (AP) ha mantenuto un quadro giuridico che garantisce la libertà di culto, pur non assicurando una piena libertà religiosa. Le Chiese cristiane tradizionali e i loro fedeli continuano a poter praticare relativamente liberamente la propria fede, sia in Cisgiordania sia, con maggiore cautela, nella Striscia di Gaza.
Sebbene il quadro normativo non abbia subito modifiche, le condizioni economiche e di sicurezza sono profondamente peggiorate a partire da ottobre 2023. Il divieto imposto da Israele all’ingresso dei lavoratori palestinesi ha aggravato la già grave crisi economica della Cisgiordania e ha portato al collasso l’economia di Gaza[77]. La guerra tra Israele e Hamas ha inoltre colpito duramente il turismo religioso, fonte primaria di reddito per molti cristiani palestinesi. Cristiani e musulmani di Gaza e della Cisgiordania non hanno potuto accedere liberamente ai luoghi sacri di Gerusalemme Est, occupata da Israele. Anche la libertà di movimento all’interno della Cisgiordania si è fortemente ridotta rispetto al passato[78].
Il conflitto ha causato la distruzione di gran parte delle infrastrutture religiose di Gaza. Secondo il Ministero degli Affari Religiosi (Awqaf) della Striscia, a febbraio 2025 circa il 79 percento delle moschee e tre chiese risultavano distrutte o gravemente danneggiate. Si stima che 255 imam e religiosi affiliati al Ministero siano stati uccisi e altri 26 arrestati dalle forze israeliane. L’esercito israeliano ha inoltre colpito 32 dei 60 cimiteri presenti a Gaza, distruggendone 14 e danneggiandone 18[79].
La già esigua comunità cristiana di Gaza si trova oggi in una condizione di estrema vulnerabilità, a causa delle gravi perdite umane e della distruzione delle infrastrutture ecclesiastiche. In assenza di una prospettiva di pace, le prospettive per la libertà religiosa in Palestina restano profondamente negative.