TURKEMISTAN
Quadro giuridico relativo alla libertà religiosa ed effettiva applicazione
Il Turkmenistan è costituzionalmente definito come Stato laico (articolo 1)[1]. La Costituzione del 2008, all’articolo 18, sancisce l’uguaglianza delle organizzazioni religiose davanti alla legge e il dovere dello Stato di garantire la libertà di religione e di credo. Allo stesso tempo, vieta l’ingerenza religiosa negli affari statali, esclude lo status privilegiato per qualsiasi religione e stabilisce il carattere laico del sistema educativo. L’articolo 41 assicura a ciascun individuo la possibilità di scegliere e praticare una religione – o nessuna – sia privatamente sia collettivamente, e di partecipare a riti e cerimonie religiose. L’articolo 28 vieta la discriminazione fondata sulla religione, mentre l’articolo 30 limita l’esercizio dei diritti individuali, compresa la libertà religiosa, qualora essi compromettano l’ordine pubblico, la moralità o la sicurezza nazionale. L’articolo 44 vieta la creazione di partiti politici basati sull’ideologia religiosa e proibisce le organizzazioni che promuovono discordia tra le religioni.
Il servizio militare è obbligatorio per tutti gli uomini sopra i 18 anni e ha una durata di due anni. Fino al 2022 non erano previste eccezioni per motivi religiosi, ma da allora gli obiettori di coscienza possono svolgere un servizio civile alternativo presso il Servizio statale per la migrazione[2].
Il Paese ha ratificato il Patto internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR)[3], che include disposizioni specifiche sulla libertà di religione.
La normativa nazionale è regolata dalla Legge sulla libertà di religione e sulle organizzazioni religiose del 2016[4], modificata nel 2021. La legge disciplina lo status giuridico delle organizzazioni religiose, i diritti dei cittadini nella pratica religiosa e il ruolo dello Stato nella tutela delle libertà fondamentali. Nel preambolo, riafferma la libertà di religione e di credo, l’uguaglianza a prescindere dalla fede professata e il riconoscimento del ruolo storico dell’Islam in Turkmenistan. Essa istituisce inoltre la Commissione per il lavoro con le organizzazioni religiose e per l’esame delle risorse contenenti informazioni religiose, prodotti editoriali e a stampa, incaricata di monitorare l’attuazione della politica religiosa e di vigilare sul rispetto della normativa.
Tutte le comunità religiose devono registrarsi sia presso la Commissione sia presso il Ministero della Giustizia del Turkmenistan (MOJ). Qualsiasi attività non registrata — inclusi culto, distribuzione di testi religiosi e attività missionaria — è considerata illegale e soggetta a sanzioni amministrative o penali. L’articolo 10 della Legge sulla religione attribuisce alla Commissione poteri molto ampi, ponendo di fatto ogni aspetto della vita religiosa sotto il suo controllo. Analogamente, il Capitolo IX conferisce competenze estese al Procuratore generale e al Ministero della Giustizia.
Sebbene la Legge del 2016 dichiari formalmente la garanzia della libertà religiosa, le sue disposizioni restrittive limitano in modo significativo libera pratica religiosa. Le organizzazioni religiose registrate, ad esempio, possono offrire ai minori non più di quattro ore settimanali di istruzione religiosa, solo in orario extracurricolare, con il consenso dei genitori e previa approvazione della Commissione (articolo 8). Inoltre, la procedura di registrazione, caratterizzata da un elevato grado di onerosità e burocrazia, sottopone ogni attività confessionale a un controllo stringente da parte delle autorità, riducendo drasticamente le possibilità di espressione religiosa autonoma. Tali procedure sono utilizzate per assicurare che le pratiche religiose restino conformi agli indirizzi statali e non mettano in discussione l’autorità politica[5].
Nonostante la proclamata laicità, l’Islam è spesso strumentalizzato per rafforzare il potere della famiglia Berdimuhamedow, al governo da quasi vent’anni. Le autorità nominano e controllano direttamente gli imam, incaricati anche di sorvegliare i fedeli e raccogliere informazioni sulle loro opinioni politiche e sociali.
Il controllo statale si estende anche all’interpretazione dell’Islam: i musulmani che si discostano dalla linea ufficiale rischiano persecuzioni, comprese lunghe pene detentive[6]. Nelle aree urbane, gran parte della popolazione si identifica solo nominalmente con la religione e l’estremismo rimane raro[7]; tuttavia, l’interesse per l’Islam è in crescita tra i turkmeni[8]. Il regime reprime pratiche percepite come manifestazioni di “eccessiva religiosità”, come il divieto imposto ai giovani uomini di portare la barba[9], giustificato con il richiamo a presunte tradizioni culturali locali[10].
Dal 2014, il Turkmenistan è stato inserito dalla Commissione statunitense sulla libertà religiosa internazionale (USCIRF) tra i “Paesi di particolare preoccupazione” (Country of Particular Concern, CPC), in applicazione dell’International Religious Freedom Act del 1998, per gravi violazioni della libertà religiosa[11]. Tale designazione è stata confermata anche nel Rapporto 2024 della USCIRF, sebbene l’allora Segretario di Stato Antony Blinken abbia ripetutamente rinunciato all’applicazione delle sanzioni previste, appellandosi al «rilevante interesse nazionale degli Stati Uniti» [12]. Nello stesso anno, Freedom House ha attribuito al Turkmenistan un punteggio di 0 su 4 in materia di libertà religiosa[13].
Episodi rilevanti e sviluppi
Il Turkmenistan rimane saldamente sotto il controllo della famiglia Berdimuhamedow. Nel 2022 Serdar Berdimuhamedow è succeduto al padre Gurbanguly come presidente. Con la riforma costituzionale del 2023, a Gurbanguly è stato attribuito il titolo di «Leader nazionale del popolo turkmeno» e la presidenza del Consiglio del Popolo (Halk Maslahaty), il massimo organo di governo del Paese. Ciò lo ha posto in una posizione tale da poter supervisionare – e potenzialmente porre il veto – alle decisioni del figlio[14]. Questo assetto istituzionale ha consolidato una forma di diarchia asimmetrica, nella quale Gurbanguly esercita ancora un’influenza determinante, potendo di fatto porre il veto sulle decisioni del figlio[15].
Nel 2023, la Commissione per gli Affari Religiosi ha respinto la richiesta di registrazione di una Chiesa protestante indipendente a Türkmenabat, già oggetto di una precedente perquisizione da parte della polizia. Nonostante la comunità avesse rispettato il requisito di raccogliere il sostegno di 50 cittadini adulti, circa 20 membri sono stati successivamente minacciati di procedimenti giudiziari e di pesanti sanzioni pecuniarie[16].
Nella primavera dello stesso anno, il Ministero per la Sicurezza dello Stato (MSS) ha ripetutamente convocato un uomo musulmano di 60 anni residente a Mary, accusandolo di pregare senza l’approvazione statale e intimandogli di interrompere le sue attività religiose[17]. Parallelamente, i Testimoni di Geova hanno continuato a subire pressioni sistematiche: funzionari governativi li hanno avvertiti di non riunirsi per il culto né di diffondere la loro fede, mentre le richieste di registrazione sono state costantemente rigettate[18].
Nel marzo 2023, nelle città di Türkmenbaşy e Balkanabat, la polizia e funzionari del MSS hanno intensificato i controlli sulle pratiche religiose, prendendo di mira donne musulmane che frequentavano le moschee, indossavano l’hijab o pregavano con il tasbih (rosario islamico). In diversi casi le autorità hanno perquisito i loro telefoni per verificare presunti legami con gruppi religiosi «radicali»[19].
Nell’aprile 2023, Yakutjan Babajanowa, una donna musulmana di 73 anni che aveva completato tutte le formalità per recarsi in pellegrinaggio minore (umrah) alla Mecca, è stata fermata dalle autorità e privata del diritto di lasciare il Paese[20]. La figlia Hamida, residente in esilio in Turchia, ha denunciato alla Fondazione turkmena di Helsinki per i diritti umani (THF) che il divieto fosse legato alle critiche da lei poste al regime[21]. Yakutjan, che aveva risparmiato per anni[22] una somma equivalente a dieci stipendi medi, ha potuto partire solo nell’agosto 2023, dopo cinque mesi di attesa[23]. Secondo l’organizzazione per i diritti umani Forum 18, tali restrizioni sono prassi comune in Turkmenistan[24]: le autorità fissano ogni anno un tetto al numero di pellegrini autorizzati, nonostante l’elevata domanda. Nel 2023, su circa 19.000 richieste, solo 2.312 sono state approvate. Il processo è accompagnato da rigorosi controlli sui precedenti, episodi di corruzione e favoritismi politici[25]. I funzionari doganali, inoltre, monitorano i pellegrini al rientro e spesso confiscano gli oggetti religiosi, dopo un’ispezione dettagliata dei bagagli. Anche figure religiose di rilievo sono state coinvolte in scandali legati a decisioni arbitrarie sull’assegnazione delle autorizzazioni al pellegrinaggio[26].
Nel luglio 2023, il Gran Muftì del Turkmenistan, Yalkap Hojagulyyew, ha attirato l’ira di Gurbanguly Berdimuhamedow quando quest’ultimo ha scoperto che la moglie del muftì era stata inserita nella lista dei pellegrini autorizzati all’Hajj senza la sua approvazione personale. Temendo ritorsioni, la donna ha in seguito rinunciato alla partenza[27]. L’episodio dimostra l’ampiezza del controllo autoritario in Turkmenistan, dove persino figure religiose di alto livello sono soggette a vincoli rigidi e arbitrari.
Secondo il media indipendente e centro per i diritti umani Turkmen.news, nell’aprile 2023 il governo ha pianificato la sostituzione dell’imam capo della città di Shatlyk (provincia di Mary) con una figura più allineata agli interessi del regime[28]. Nello stesso mese, a seguito della morte di Ogulabad Berdimuhamedowa, madre dell’ex presidente Gurbanguly Berdimuhamedow e nonna dell’attuale capo di Stato, le moschee sono state obbligate a recitare preghiere commemorative, mentre tutti i matrimoni previsti sono stati annullati[29]. Alle famiglie è stato inoltre imposto un periodo di lutto: la musica è stata vietata e i cittadini sono stati costretti a pregare nelle proprie abitazioni per il riposo dell’anima della defunta[30].
Nell’agosto 2023, la polizia della città di Türkmenbaşy ha effettuato perquisizioni nelle abitazioni di musulmani praticanti, sequestrando testi religiosi[31]. Nello stesso mese, il Ministero per la Sicurezza dello Stato (MSS) ha arrestato a Gumdag un imam anziano, accusato di aver impartito insegnamenti islamici a minori senza la preventiva autorizzazione governativa[32]. Nello stesso mese, il Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione razziale (UNCERD) ha invitato il Turkmenistan a rimuovere gli ostacoli alla registrazione delle organizzazioni religiose e alla pratica della religione senza autorizzazione statale, sottolineando che tali restrizioni violano il diritto internazionale[33].
Nel suo Rapporto annuale 2024, la Commissione statunitense sulla libertà religiosa internazionale (USCIRF) ha segnalato che, nell’anno precedente, numerosi prigionieri di coscienza musulmani erano ancora detenuti con accuse infondate per aver preso parte ad attività religiose pacifiche[34]. L’USCIRF ha documentato almeno nove casi, pur osservando che il numero effettivo fosse probabilmente più elevato, con condanne comprese tra i 12 e i 15 anni di reclusione. Nonostante le autorità abbiano fornito alcuni aggiornamenti sullo status e sulla localizzazione dei detenuti, persistono serie preoccupazioni riguardo al loro trattamento, tenuto conto delle dure condizioni carcerarie del Paese.
Anche cittadini turkmeni residenti all’estero sono stati oggetto della repressione. Uno dei casi più noti riguarda Ashyrbay Bekiew, deportato dalla Federazione Russa in Turkmenistan nonostante una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) ne avesse vietato l’estradizione. Bekiew, residente legalmente in Russia dal 2009, era stato accusato nel 2015 di promuovere “estremismo islamico” ed era stato inserito in una lista di ricercati con l’accusa di diffondere idee “wahhabite” tra gli studenti turkmeni in Russia[35]. Secondo alcune organizzazioni per i diritti umani, le accuse erano infondate. Arrestato in Russia nel maggio 2023 per documenti d’immigrazione scaduti, fu deportato nell’agosto successivo e, nell’ottobre 2023, condannato a 23 anni di prigione[36]. La sua famiglia, in particolare il fratello Tachmyrat, avrebbe subito persecuzioni per le proprie attività religiose[37].
Nel 2024, la libertà religiosa in Turkmenistan è rimasta gravemente compromessa. Secondo l’ONG cristiana Open Doors, le autorità hanno continuato a interrogare i cristiani e a costringerli a fornire informazioni sulle loro attività[38]. Almeno 500 cristiani hanno denunciato abusi fisici o psicologici, spesso perpetrati dalle loro stesse famiglie nei casi di conversione dall’Islam. Le testimonianze riferiscono di pestaggi, isolamento forzato e molestie, aggravati dalla predicazione di imam locali che incitano contro i convertiti.
Nell’aprile 2024, i servizi di sicurezza hanno intensificato la sorveglianza sui giovani che frequentavano le moschee, fermando e interrogando uomini sorpresi a pregare. I controlli sono aumentati in particolare dopo l’attentato al Crocus City Hall di Mosca[39] e sono stati perquisiti anche negozi che vendevano abiti e articoli religiosi[40]. Il governo ha inoltre ammonito i dipendenti statali che avevano partecipato all’Hajj a non manifestare segni di osservanza religiosa sul luogo di lavoro e ha riaffermato il divieto di portare la barba e il velo bianco[41].
Nel maggio 2024, nell’ambito di una campagna repressiva contro le minoranze religiose, le autorità delle regioni di Lebap e Daşoguz hanno esercitato pressioni su turkmeni, tatari, uzbeki e tagichi di fede cristiana ortodossa affinché si convertissero all’Islam[42]. Nello stesso periodo, sono state distrutte aziende suinicole e chiuse fabbriche di insaccati a base di carne di maiale, nell’ambito di un’iniziativa contro le cosiddette “carni proibite” [43].
Nel luglio 2024, il pastore protestante Rahymjan Borjakov è stato pubblicamente minacciato di incarcerazione da un funzionario di una moschea[44]. Pochi giorni dopo, agenti del Ministero per la Sicurezza dello Stato (MSS) hanno fatto visita alla sua famiglia, raccogliendo informazioni sui suoi parenti e sottoponendoli a telefonate intimidatorie. Di fronte alle accuse fabbricate a suo carico, Borjakov ha lasciato temporaneamente il Paese. Nello stesso periodo, un’impresa di proprietà cristiana è stata chiusa con motivazioni analoghe[45].
L’ambasciata israeliana ad Ašgabat ha segnalato di non aver registrato episodi di antisemitismo[46].
Nonostante le condizioni repressive, un leader cattolico ha rilevato una crescente “curiosità religiosa” tra i turkmeni. A suo avviso, tale interesse esprime sia una ricerca spirituale più ampia — in alcuni casi orientata verso il Cristianesimo — sia il desiderio di riscoprire le proprie radici religiose ancestrali. In questo contesto, i leader religiosi affermano di astenersi dal proselitismo, limitandosi ad accogliere quanti manifestano il desiderio di intraprendere un cammino spirituale[47].
Prospettive per la libertà religiosa
Il Turkmenistan è governato da uno dei regimi più totalitari al mondo, che incide su quasi ogni aspetto della vita quotidiana. Nonostante alcune garanzie costituzionali e legislative, tali disposizioni sono utilizzate in pratica per consolidare l’autorità statale piuttosto che per tutelare la libertà religiosa. Il quadro giuridico che sorregge questa repressione è ampio e in continua espansione. Il regime applica una politica sistematica di controllo capillare della società, vietando qualsiasi esercizio collettivo della libertà di religione o di credo senza previa autorizzazione statale. Tutti i gruppi religiosi e di credo sono soggetti a registrazione obbligatoria e a severe restrizioni nelle loro attività[48].
Mentre le autorità continuano a reprimere le manifestazioni di religiosità islamica considerate eccessive, consentendole soltanto entro limiti stabiliti dallo Stato, l’Islam viene al contempo strumentalizzato per rafforzare il dominio politico e colpire le minoranze religiose, in particolare i musulmani convertiti ad altre fedi. La tendenza repressiva osservata indica che non vi saranno cambiamenti significativi nel prossimo futuro, e che le prospettive per la libertà religiosa rimangono fortemente negative.
Fonti