UCRAINA
Quadro giuridico relativo alla libertà religiosa ed effettiva applicazione
La libertà di religione e di culto è garantita dalla Costituzione ucraina del 1996, che sancisce la separazione tra Stato, Chiesa e organizzazioni religiose. L’articolo 35 stabilisce: «Ognuno ha diritto alla libertà di filosofia personale e di religione. Tale diritto include la libertà di professare qualsiasi religione o di non professarne alcuna, di praticare liberamente riti religiosi e cerimonie, individualmente o collettivamente, e di svolgere attività religiose. L’esercizio di questo diritto può essere limitato dalla legge solo per proteggere l’ordine pubblico, la salute e la moralità della popolazione, o per tutelare i diritti e le libertà di altre persone. […] Nessuna religione sarà riconosciuta dallo Stato come obbligatoria»[1].
Lo stesso articolo precisa inoltre che «nessuno può essere esentato dai propri doveri verso lo Stato o rifiutarsi di rispettare le leggi per motivi religiosi». Qualora l’adempimento del servizio militare contrasti con le convinzioni religiose di un cittadino, esso è sostituito da un servizio alternativo (non militare) [2], la cui durata è pari a una volta e mezza quella del servizio militare ordinario.
Altri articoli costituzionali ribadiscono il principio di libertà e uguaglianza. L’articolo 15 afferma: «La vita sociale in Ucraina si basa sui principi della diversità politica, economica e ideologica. Nessuna ideologia sarà riconosciuta dallo Stato come obbligatoria. La censura è vietata. Lo Stato garantisce la libertà di attività politica non proibita dalla Costituzione e dalle leggi dell’Ucraina»[3].
Secondo l’articolo 21: «Tutte le persone sono libere ed eguali nella loro dignità e nei loro diritti. I diritti e le libertà umane sono inalienabili e inviolabili»[4].
L’articolo 17 stabilisce che «le Forze Armate dell’Ucraina e altre formazioni militari non possono essere utilizzate da nessuno per limitare i diritti e le libertà dei cittadini o con l’intento di rovesciare l’ordine costituzionale, sovvertire le autorità governative o ostacolarne le attività»[5].
A conferma di tali disposizioni, la Legge del 1992 sul Servizio Alternativo (non militare) prevede che «i cittadini dell’Ucraina hanno diritto al servizio alternativo se l’adempimento del dovere militare contraddice le loro convinzioni religiose e tali cittadini appartengono a organizzazioni religiose operanti conformemente alla legislazione dell’Ucraina, la cui dottrina non consente l’uso delle armi»[6].
Tuttavia, in risposta all’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia il 24 febbraio 2022, il presidente ha introdotto la legge marziale e la mobilitazione generale tramite decreto. A questo riguardo, l’articolo 64 della Costituzione stabilisce: «I diritti e le libertà costituzionali dell’uomo e del cittadino non possono essere limitati se non nei casi previsti dalla Costituzione dell’Ucraina. In condizioni di legge marziale o di stato d’emergenza, possono essere stabilite specifiche restrizioni ai diritti e alle libertà con l’indicazione del periodo di validità di tali restrizioni»[7].
Durante il cosiddetto “periodo speciale” (la guerra con la Russia), il clero non beneficia di esenzioni dalla mobilitazione militare e gli obiettori di coscienza sono tenuti a svolgere il servizio militare di riserva[8]. Dall’inizio della guerra e con l’imposizione della legge marziale, agli uomini in età militare è stato vietato di lasciare il Paese[9].
Secondo Human Rights Without Frontiers, nei primi mesi del conflitto la maggior parte degli obiettori di coscienza ha avuto accesso al servizio alternativo. Negli ultimi mesi del 2024, tuttavia, «il numero di procedimenti penali contro obiettori di coscienza religiosi è improvvisamente aumentato in maniera drastica, colpendo principalmente i membri della comunità dei Testimoni di Geova». Le condanne prevedono pene severe, tra cui la reclusione fino a tre anni. Alla fine di ottobre 2024, circa 300 obiettori di coscienza — per il 95 percento Testimoni di Geova — risultavano sotto indagine[10].
Questo andamento è seguito a una decisione della Corte Suprema dell’Ucraina riguardante il caso dell’avventista Dmytro Zelinsky. Il 13 giugno 2024, la Corte ha confermato la sospensione del diritto all’obiezione di coscienza e al servizio civile alternativo durante la guerra con la Russia, affermando che: «Le convinzioni religiose non possono costituire la base per un cittadino ucraino, riconosciuto idoneo al servizio militare, per sottrarsi alla mobilitazione e adempiere al suo dovere costituzionale di difendere l’integrità territoriale e la sovranità dello Stato dall’aggressione militare di un Paese straniero»[11].
Zelinsky ha presentato ricorso alla Corte Costituzionale per stabilire se la Parte I dell’articolo 1 della Legge sul servizio alternativo (non militare) sia compatibile con la Parte IV dell’articolo 35 della Costituzione. Il 24 settembre 2024, la Corte ha avviato i procedimenti in seguito al suo ricorso[12].
Il principale quadro giuridico che disciplina la libertà religiosa e il funzionamento delle Chiese e delle organizzazioni religiose in Ucraina è la Legge del 1991 sulla libertà di coscienza e sulle organizzazioni religiose[13], che non obbliga le comunità religiose a registrarsi come persone giuridiche. La legge è stata più volte emendata. L’aggiornamento più significativo è seguito all’adozione della Legge sulla protezione dell’ordine costituzionale nella sfera di attività delle organizzazioni religiose, approvata dalla Verkhovna Rada (Parlamento ucraino) il 20 agosto 2024 ed entrata in vigore il 23 settembre 2024[14]. Tale normativa richiama «l’aggressione armata della Federazione Russa contro l’Ucraina, il sostegno a questa aggressione da parte della Chiesa ortodossa russa» e afferma che «le numerose azioni illegali della Chiesa ortodossa russa e delle sue organizzazioni religiose subordinate sul territorio dell’Ucraina rappresentano una minaccia alla sicurezza nazionale e pubblica, nonché ai diritti e alle libertà dei cittadini ucraini»[15].
L’articolo 2 (paragrafo 1) della legge vieta «le attività di organizzazioni religiose straniere […] situate in uno Stato riconosciuto come colpevole di aver commesso o di commettere un’aggressione armata contro l’Ucraina e/o di occupare temporaneamente parte del territorio dell’Ucraina».
L’articolo 3 afferma che, poiché «la Chiesa ortodossa russa è una continuazione ideologica del regime dello Stato aggressore, complice in crimini di guerra e in crimini contro l’umanità commessi in nome della Federazione Russa e dell’ideologia del “mondo russo”», le sue attività in Ucraina sono vietate. La stessa disposizione, al paragrafo 2, proibisce «le attività di organizzazioni religiose affiliate a un’organizzazione religiosa straniera le cui attività sono vietate in Ucraina»[16]. Sebbene non menzionata esplicitamente, la Chiesa ortodossa ucraina legata al Patriarcato di Mosca (UOC-MP) è considerata il principale destinatario della legge.
Per secoli, la Chiesa ortodossa ucraina legata al Patriarcato di Mosca è stata l’unica Chiesa ortodossa ufficialmente riconosciuta in Ucraina. Nel 1990, la Chiesa ortodossa russa le concesse una limitata autonomia e, nel 2019, il Patriarcato ecumenico di Costantinopoli ha riconosciuto la Chiesa ortodossa autocefala d’Ucraina (OCU). La nuova legge è entrata in vigore 30 giorni dopo la sua pubblicazione, con una clausola che concede a parrocchie e monasteri della Chiesa ortodossa ucraina legata al Patriarcato di Mosca un periodo di nove mesi per recidere i legami con Mosca. Resta in sospeso la decisione giudiziaria finale su un eventuale divieto nazionale nei confronti della Chiesa ortodossa ucraina legata al Patriarcato di Mosca, ora formalmente distinta dalla Chiesa ortodossa d’Ucraina[17].
Sul fronte della lotta all’antisemitismo, una legge adottata dal Parlamento il 22 settembre 2021 definisce il concetto di antisemitismo, vieta la giudeofobia e ne punisce le manifestazioni[18].
In materia educativa, l’articolo 35 della Costituzione stabilisce che «la Chiesa e le organizzazioni religiose in Ucraina sono separate dallo Stato, e la scuola è separata dalla Chiesa»[19].
Secondo il Servizio Statistico di Stato, la popolazione ucraina ammontava a 41,1 milioni di persone nel gennaio 2021, prima dell’invasione russa su vasta scala, includendo i territori poi occupati[20]. Nel 2024, il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione ha stimato 37,9 milioni di abitanti, attribuendo la diminuzione alla crisi dei rifugiati e alla perdita di ulteriori territori dovuta alla guerra in corso[21].
Una ricerca del Centro ucraino per gli studi economici e politici di Kiev, noto come Centro Razumkov dal nome del suo fondatore Olexander Razumkov, ha rilevato un elevato livello di religiosità nella società ucraina. La percentuale di cittadini che si identificano come credenti è passata dal 58 percento nel 2000 al 70,5 percento nel 2023, in seguito allo scoppio della guerra[22].
In Ucraina non esiste una Chiesa di Stato. Le quattro principali comunità cristiane sono: la Chiesa ortodossa ucraina legata al Patriarcato di Mosca (UOC-MP), ramo della Chiesa ortodossa russa (ROC); la Chiesa ortodossa d’Ucraina (OCU); la Chiesa greco-cattolica ucraina (UGCC), diffusa soprattutto nell’ovest del Paese e unita a Roma pur mantenendo il rito orientale; e la Chiesa cattolica romana[23].
La convivenza tra Chiesa ortodossa ucraina legata al Patriarcato di Mosca e Chiesa ortodossa d’Ucraina si è incrinata dopo l’invasione russa del febbraio 2022, sostenuta dalla leadership della Chiesa ortodossa russa. Già prima, tuttavia, la Chiesa ortodossa d’Ucraina aveva ottenuto il riconoscimento come Chiesa indipendente: il 6 gennaio 2019, il Patriarca ecumenico Bartolomeo di Costantinopoli aveva consegnato il Tomos al metropolita Epifanio I di Kiev, sancendo l’autocefalia della nuova Chiesa[24].
La frattura più profonda nei rapporti ortodossi tra Mosca e Costantinopoli da oltre un millennio[25] è emersa nell’agosto 2024, quando il Parlamento ucraino ha approvato la Legge sulla protezione dell’ordine costituzionale nella sfera delle organizzazioni religiose[26]. Tale legge ha profondamente ridefinito lo status della Chiesa ortodossa ucraina legata al Patriarcato di Mosca, nonostante il suo primate, il metropolita Onufrij (Berezovsky), avesse più volte condannato la guerra e, già nel maggio 2022, adottato misure per affermare l’indipendenza e la piena autonomia della sua Chiesa da Mosca[27].
Questi tentativi sono stati ritenuti insufficienti dal Servizio statale d’Ucraina per la politica etnica e la libertà di coscienza (SSUEPFC), che nel gennaio 2023 ha ribadito come «lo status della Chiesa ortodossa ucraina quale suddivisione strutturale della Chiesa ortodossa russa […] rimanga immutato»[28].
Episodi rilevanti e sviluppi
Secondo Human Rights Watch (HRW), la nuova legge ucraina sulla protezione dell’ordine costituzionale in materia di organizzazioni religiose — che di fatto vieta le comunità legate alla Chiesa ortodossa russa — risulta eccessivamente ampia e rischia di compromettere in modo significativo il diritto alla libertà religiosa.
In particolare, il divieto imposto alle congregazioni della Chiesa ortodossa ucraina legata al Patriarcato di Mosca potrebbe ledere i diritti di milioni di fedeli. Le conseguenze «vanno dalle restrizioni sulla proprietà e gestione degli immobili religiosi, alle difficoltà di accesso ai luoghi di culto, fino a un maggiore rischio di sorveglianza da parte dei servizi di sicurezza e di procedimenti giudiziari»[29].
HRW ha sottolineato che qualsiasi procedimento penale o sanzione fondato unicamente sull’adesione a una pratica pacifica di fede, e non su specifiche azioni illecite, rappresenta una forma di discriminazione religiosa, vietata dal diritto internazionale dei diritti umani[30]. L’applicazione della legge potrebbe costringere le circa 10.000 parrocchie della Chiesa ortodossa ucraina legata al Patriarcato di Mosca a operare nella clandestinità, obbligandole a praticare la propria fede in segreto. Diverse decine di chierici sono già stati accusati di tradimento, e almeno un sacerdote è stato inviato in Russia come parte di uno scambio di prigionieri[31].
Dall’inizio dell’invasione, il Servizio di sicurezza ucraino ha avviato procedimenti penali contro oltre cento religiosi — per lo della Chiesa ortodossa ucraina legata al Patriarcato di Mosca — con accuse di «collaborazionismo», tradimento e «favoreggiamento dello Stato aggressore»[32]. Tuttavia, come osservano vari studiosi di religione, la legge non vieta formalmente l’esistenza della Chiesa ortodossa ucraina[33]. In una risposta a HRW, il Servizio statale d’Ucraina per la politica etnica e la libertà di coscienza (SSUEPFC) ha spiegato che l’obiettivo principale della legge è «impedire che la rete di organizzazioni religiose ufficialmente registrate in Ucraina venga utilizzata contro l’Ucraina». Lo stesso organismo ha chiarito che l’Ucraina «non chiede alla Chiesa ortodossa ucraina di tradire la dottrina ortodossa, di modificare le pratiche liturgiche o la lingua, di passare a un diverso calendario liturgico o di unirsi a un’altra giurisdizione ecclesiastica. L’unico requisito imposto dalla legge è la separazione dalla Chiesa ortodossa russa, coinvolta nella guerra contro l’Ucraina»[34].
Da Mosca, il patriarca Kirill, capo della Chiesa ortodossa russa, ha condannato la legge già al momento della sua presentazione in Parlamento, affermando che «è diretta contro la più grande comunità religiosa in Ucraina»[35]. Anche il portavoce del Cremlino, Dmitry Sergeevič Peskov, ne ha criticato l’adozione, definendola «un attacco palese alla libertà religiosa, all’intera Chiesa ortodossa, [e] un attacco al Cristianesimo»[36].
Secondo un sondaggio condotto nell’aprile 2024 dal Kyiv International Institute of Sociology (KIIS), il 63 percento degli ucraini si è dichiarato favorevole a mettere fuorilegge il ramo della Chiesa allineato con la Russia: per i sostenitori, non si tratta di una questione di libertà religiosa, bensì del legame della Chiesa ortodossa ucraina con il governo russo[37].
Il 25 agosto 2024, Papa Francesco ha condannato il divieto imposto alle organizzazioni religiose legate alla Chiesa ortodossa russa di operare in Ucraina: «Per favore, non sia abolita direttamente o indirettamente nessuna Chiesa cristiana: le Chiese non si toccano!» [38].
Per quanto riguarda le comunità locali della Chiesa ortodossa ucraina, alla fine del 2024 il primate della Chiesa ortodossa d’Ucraina (OCU), il metropolita Epifanij, ha accusato il primate della Chiesa ortodossa ucraina legata al Patriarcato di Mosca (UOC-MP), il metropolita Onufrij, di aver respinto negli anni ogni proposta di dialogo. Tuttavia, secondo Epifanij, «il dialogo continua a livello di laici e sacerdoti. Il suo frutto è il processo in corso delle comunità che abbandonano la giurisdizione della Chiesa russa e si uniscono alla Chiesa ortodossa d’Ucraina. Più di 2.000 comunità hanno già intrapreso questo percorso»[39].
Guerra e violazioni della libertà religiosa nei territori occupati dalla Russia
Nelle aree sotto occupazione russa, la Costituzione ucraina e la Legge sulla libertà di coscienza e sulle organizzazioni religiose non trovano più applicazione[40].
Dopo l’annessione della Crimea, le autorità russe hanno etichettato le sezioni locali della Chiesa ortodossa ucraina legata al Patriarcato di Kiev (UOC-KP) e della Chiesa greco-cattolica ucraina (UGCC) come «agenti di influenza straniera», accusandole di essere «organizzazioni religiose create a fini nazionalistici». L’impatto su tutti i gruppi religiosi della penisola è stato rilevante: prima dell’occupazione russa operavano in Crimea circa 50 organizzazioni religiose, mentre nel 2019 il numero era sceso a nove[41].
Dopo l’invasione su larga scala del 24 febbraio 2022, le autorità di occupazione hanno iniziato ad applicare le leggi della Federazione Russa anche nelle regioni occupate solo parzialmente. Il 5 ottobre 2022, il presidente russo Vladimir Putin ha firmato i “trattati” che sancivano l’annessione degli oblast (province) di Donetsk, Luhansk, Kherson e Zaporižžja, a seguito di referendum giudicati illegittimi dalla maggior parte degli osservatori internazionali[42].
Secondo un rapporto pubblicato nell’aprile 2023 dall’Institute for the Study of War (ISW) di Washington DC sulla repressione religiosa nei territori occupati dell’Ucraina, le autorità di occupazione russe condurrebbero una campagna sistematica di persecuzione religiosa. Tale campagna includerebbe la chiusura, la nazionalizzazione o la conversione forzata di luoghi di culto, l’uccisione o la detenzione di membri del clero e di leader religiosi, minacce di lunghe pene detentive, torture e persino morte, oltre a costringere molti all’esilio. Secondo l’ISW, «i casi di repressione religiosa non sono probabilmente episodi isolati, bensì parte di una campagna deliberata per sradicare sistematicamente le organizzazioni religiose “indesiderabili” in Ucraina e promuovere il Patriarcato di Mosca»[43]. Poiché i gruppi religiosi devono ora richiedere la registrazione ufficiale, di fatto giurando obbedienza al governo russo, la repressione rientrerebbe negli sforzi di Mosca di “russificare” le aree sotto il proprio controllo[44].
L’Institute for the Study of War sottolinea inoltre che, sebbene le autorità di occupazione abbiano intensificato la repressione nei confronti di tutti i gruppi religiosi sospettati di simpatie filo-ucraina, la Chiesa ortodossa d’Ucraina (OCU) sarebbe stata presa di mira in misura particolare. I sacerdoti Chiesa ortodossa d’Ucraina sarebbero stati spinti a unirsi alle nuove diocesi create dal Patriarcato di Mosca nei territori occupati e, al momento del rapporto, circa il 34 percento di tutti i casi di persecuzione riguardava membri della Chiesa ortodossa d’Ucraina. Secondo Viktor Yelenskyi, capo dell’Agenzia statale dell’Ucraina per la politica etnica e la libertà di coscienza (SAUEPFC), le parrocchie della Chiesa ortodossa d’Ucraina in Crimea avevano di fatto cessato di esistere, con i loro sacerdoti costretti a lasciare la penisola occupata[45].
Anche la Chiesa greco-cattolica ucraina (UGCC) è stata oggetto di una dura repressione: nelle parti occupate dell’oblast di Zaporižžja è stata completamente bandita e le sue proprietà confiscate. Le autorità di occupazione hanno giustificato tali azioni sostenendo che i fedeli della Chiesa greco-cattolica avessero preso parte a disordini anti-russi, «distribuito letteratura contenente appelli a violare l’integrità territoriale della Federazione Russa» e «partecipato ad attività estremiste»[46].
In un’intervista rilasciata nell’ottobre 2024 al quotidiano Avvenire, il vescovo greco-cattolico Maksym Ryabukha dell’Esarcato di Donec’k ha dichiarato che più della metà delle parrocchie della Chiesa nelle regioni occupate era andata perduta: «Coloro che si dichiarano apertamente cattolici scompaiono: alcuni vengono fucilati, altri imprigionati. Non esiste il diritto di professare liberamente la fede»[47].
Un altro gruppo particolarmente vulnerabile alle autorità di occupazione e alla legislazione russa è quello dei tatari di Crimea, musulmani turchi autoctoni della penisola. Dal 2003, in base alla legge russa (ma non a quella ucraina), il gruppo islamico politico-religioso Hizb ut-Tahrir è classificato come organizzazione terroristica. Secondo il Centro risorse tataro di Crimea, dal 2014 almeno 117 musulmani sono stati perseguiti con l’accusa di appartenenza a Hizb ut-Tahrir[48], mentre il Mejlis (Parlamento) del popolo tataro di Crimea è stato bandito e i suoi membri sottoposti a pressioni, arresti e processi politici.
Nei territori occupati dalle forze russe sono stati segnalati diffusi divieti contro numerosi gruppi religiosi minoritari, tra cui comunità di cristiani evangelici, cattolici romani, greco-cattolici ucraini e Testimoni di Geova — questi ultimi designati come gruppo estremista dalla Corte Suprema russa nel 2017. Nell’ottobre 2024, la crescente persecuzione dei Testimoni di Geova è stata esemplificata dalla decisione dell’Alta Corte di Crimea, sotto controllo russo, di comminare una pena detentiva di sei anni a due fedeli, Yury Herashchenko e Serhiy Parfenovych, convertendo una precedente condanna sospesa[49].
Secondo Viktor Yelenskyi, gli evangelici e i mormoni sono stati completamente messi al bando negli oblast occupati di Donec’k e Luhansk e vengono trattati come spie americane[50].
Fonti citate nel Rapporto 2023 sulla libertà religiosa internazionale del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti segnalano le gravi difficoltà nel documentare in maniera completa le violazioni russe dei diritti religiosi, a causa della censura mediatica, degli abusi contro gli attivisti per i diritti umani e del divieto imposto agli osservatori internazionali[51].
Il 17 dicembre 2024, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato una versione aggiornata della risoluzione “Situazione dei diritti umani nella Repubblica autonoma di Crimea temporaneamente occupata e nella città di Sebastopoli, Ucraina”, ribadendo la propria condanna della «guerra di aggressione contro l’Ucraina» da parte della Russia[52]. La risoluzione denuncia Mosca per le sue azioni contro i tatari di Crimea, gli attivisti filo-ucraini, i giornalisti, le minoranze religiose, nonché per la deportazione e l’adozione illegale di bambini ucraini[53].
In un’intervista concessa nel dicembre 2024 alla Christian Broadcasting Network (CBN), il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha attribuito alle forze russe l’uccisione di 50 sacerdoti e la distruzione di 700 edifici ecclesiastici[54].
Uno dei sacerdoti della Chiesa ortodossa ucraina colpiti dalla repressione è padre Feognost (Timofei Pushkov), detenuto nell’oblast di Luhansk occupato dalla Russia. Dopo oltre tre mesi di custodia cautelare, nel settembre 2024 è stato condannato con pena sospesa a quattro anni di reclusione per «traffico di droga su larga scala» — accuse ritenute strumentali e seguite alla pubblicazione, nel 2022, di un video su YouTube in cui esprimeva posizioni patriottiche ispirate ai principi cristiani, in netto contrasto con quelle di tre sacerdoti della Chiesa ortodossa russa favorevoli alla guerra[55].
Il 15 febbraio 2024, il corpo di padre Stepan Podolchak, sacerdote della Chiesa ortodossa d’Ucraina, è stato ritrovato nel villaggio di Kalanchak, nell’oblast di Cherson occupato dai russi. Era stato rapito due giorni prima da ignoti appartenenti alle forze di occupazione[56].
Un raro risultato positivo è stato raggiunto grazie a intensi sforzi diplomatici, tra cui quelli di Papa Francesco, che hanno portato alla liberazione di padre Ivan Levytsky e padre Bohdan Geleta, della Congregazione del Santissimo Redentore (Redentoristi), attraverso uno scambio di prigionieri il 28 giugno 2024. I due sacerdoti greco-cattolici erano stati arrestati a Berdyansk, in territorio occupato, il 16 novembre 2022. Avevano scelto di rimanere accanto al proprio popolo nei territori temporaneamente occupati, servendo sia la comunità greco-cattolica che quella cattolica romana[57].
Danni alle proprietà ecclesiastiche a livello nazionale
L’invasione e l’occupazione russa di vaste aree dell’Ucraina hanno causato la distruzione o il danneggiamento di centinaia di chiese, con intere parrocchie della Chiesa ortodossa autocefala d’Ucraina che sono scomparse dalle regioni occupate[58].
Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Ukrinform, citando il Ministero della Cultura e delle Comunicazioni Strategiche, al 25 ottobre 2024 risultavano danneggiate o distrutte 2.109 strutture culturali in tutto il Paese[59].
Un rapporto pubblicato dall’Istituto per la Libertà Religiosa (IRF) nel marzo 2024 offre una stima più dettagliata per i primi 21 mesi della guerra su larga scala: almeno 630 edifici religiosi sarebbero stati danneggiati o completamente distrutti dalle truppe russe. Il documento segnala inoltre numerosi casi di sequestro di luoghi di culto da parte dell’esercito, che li avrebbe utilizzati come basi militari o come copertura per posizioni di tiro[60].
Dati ulteriori provengono dal progetto Religion on Fire, promosso dal Workshop for Academic Study of Religion (WASR), che ha pubblicato online statistiche sulla distruzione di edifici religiosi in Ucraina. Secondo queste rilevazioni, 512 chiese sono state danneggiate e 46 completamente distrutte. La maggioranza appartiene alla Chiesa ortodossa ucraina legata al Patriarcato di Mosca (310), seguita dalle chiese protestanti (171), da quelle della Chiesa ortodossa d’Ucraina (53), dalle chiese greco-cattoliche e cattoliche romane (16), da sinagoghe ebraiche (15) e da moschee musulmane (7) [61].
Tra gli edifici religiosi più colpiti figura la Lavra di Sviatohirsk, un importante monastero ortodosso nell’oblast di Donec’k appartenente alla Chiesa ortodossa ucraina legata al Patriarcato di Mosca, ripetutamente bombardato dalle forze russe nella primavera del 2022 mentre all’interno si rifugiavano clero e civili. La Cattedrale di Santa Caterina a Cherson è stata attaccata nell’agosto 2023, mentre la Cattedrale della Trasfigurazione di Odessa, anch’essa della Chiesa ortodossa ucraina legata al Patriarcato di Mosca, è stata parzialmente distrutta nel luglio 2023. Nel 2022, durante l’assedio di Mariupol, le truppe russe hanno bombardato la Moschea di Solimano il Magnifico; una sinagoga locale è stata anch’essa distrutta[62].
Il destino della Lavra delle Grotte di Kyiv è stato oggetto di ulteriore controversia tra Kyiv e Mosca. L’intero complesso appartiene allo Stato ucraino, ma, dopo il crollo dell’URSS, la Chiesa ortodossa ucraina legata al Patriarcato di Mosca ne aveva ottenuto in affitto le chiese. In seguito alle accuse secondo cui i vertici della Chiesa ortodossa ucraina legata al Patriarcato di Mosca avrebbero collaborato con gli invasori russi, nell’autunno 2022 le autorità ucraine hanno “di fatto espulso” il clero Chiesa ortodossa ucraina legata al Patriarcato di Mosca dal complesso monastico dalle cupole dorate. Il metropolita Clemente, portavoce della Chiesa ortodossa ucraina legata al Patriarcato di Mosca, ha dichiarato: «I nostri monaci hanno vissuto qui fin dai tempi antichi. L’accesso è ora precluso sia ai sacerdoti sia a molti fedeli che potevano venire a pregare persino in epoca sovietica»[63]. All’inizio del 2023, una commissione speciale ha restituito allo Stato il controllo delle chiese della Lavra delle Grotte[64].
Dal 2023 è attiva una piattaforma digitale ucraina, Temple under fire, che documenta online, attraverso foto e video, la distruzione e i danni subiti dagli edifici religiosi di varie confessioni[65].
Guerra e fede
L’invasione su larga scala dell’Ucraina avviata nel febbraio 2022 rappresenta la continuazione di quella iniziata nel 2014 in Crimea. All’epoca, il presidente russo aveva giustificato l’intervento richiamandosi alla figura di san Vladimiro, principe di Kyiv, sostenendo che la sua conversione all’Ortodossia orientale nel 988 «predeterminò le basi complessive della cultura, della civiltà e dei valori umani che uniscono i popoli di Russia, Ucraina e Bielorussia»[66].
Quel discorso consolidò un concetto ideologico fino ad allora oggetto di dibattito tra intellettuali: il Russkij Mir (“mondo russo”), inteso non solo come visione religiosa, ma anche come progetto geopolitico volto a definire un’area di speciale interesse russo. Questa narrazione è stata apertamente sostenuta, nel periodo in esame, dal Patriarcato di Mosca[67].
Nel marzo 2024, il patriarca Kirill ha presieduto un concilio che ha definito l’invasione una «guerra santa» a difesa dello «spazio spirituale unico» della regione. Secondo la dichiarazione conciliare, la Russia si starebbe opponendo al «globalismo» e alla «caduta dell’Occidente nel satanismo»[68]. Alla fine di ottobre 2024, il Santo Sinodo russo ha rimosso dall’incarico il metropolita Ilarione di Donec’k e Mariupol, suscitando la condanna di 31 vescovi della Chiesa ortodossa ucraina legata al Patriarcato di Mosca (UOC-MP), che in una lettera al Patriarcato di Mosca hanno criticato la sostituzione del rispettato prelato ucraino con un vescovo della Chiesa russa[69].
Nello stesso periodo, la Chiesa ortodossa russa ha annunciato un forte incremento dei cappellani militari: il loro numero è stato quintuplicato, passando da circa 300 a 1.500 sacerdoti al servizio delle unità russe in Ucraina[70].
In contrasto con queste dinamiche, nel luglio 2023 l’Ucraina ha adottato una legge che sposta la celebrazione del Natale al 25 dicembre, abbandonando l’osservanza del 7 gennaio propria della tradizione ortodossa russa. La nuova data è stata presentata come un modo per «lasciare alle spalle l’eredità russa dell’imposizione delle celebrazioni natalizie il 7 gennaio»[71].
Il 15 dicembre 2023, il Ministero dell’Interno ucraino ha inserito il patriarca Kirill nella lista dei ricercati, dopo che i servizi di sicurezza lo hanno accusato di aver incoraggiato il conflitto[72].
Nel periodo in esame, le pressioni diplomatiche da più parti hanno favorito contatti limitati tra i contendenti, con risultati isolati, soprattutto negli scambi di prigionieri. Durante il suo pontificato, Papa Francesco ha rivolto numerosi appelli pubblici e privati per la fine della guerra in Ucraina e ha promosso iniziative di aiuto e sforzi diplomatici per la pace. Nel messaggio Urbi et Orbi di Natale 2024, il Pontefice ha invitato a pregare «a far tacere le armi e a superare le divisioni», anche nella martoriata Ucraina, esortando le parti «aprire la porta al negoziato e a gesti di dialogo e d’incontro, per arrivare a una pace giusta e duratura»[73] .
Nel luglio 2024, il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, ha compiuto una visita di sei giorni in Ucraina, durante la quale ha incontrato l’arcivescovo Mieczyslaw Mokrzycki, ha visitato la cattedrale greco-cattolica di Kyiv e ha avuto colloqui con l’arcivescovo maggiore Sviatoslav Shevchuk. Parallelamente, il Vaticano ha proseguito il suo impegno diplomatico attraverso il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza Episcopale Italiana, inviato personale del papa per la pace in Ucraina. In tale veste, il cardinale Zuppi ha visitato Kyiv, Mosca, Washington e Pechino, incontrando esponenti politici e religiosi di alto livello[74].
Finora, gran parte degli sforzi vaticani si è concentrata sugli aiuti umanitari, sul sostegno al rimpatrio dei bambini ucraini deportati con la forza in Russia e sulla negoziazione di scambi di prigionieri[75].
Durante un incontro in Vaticano l’11 ottobre 2024, il presidente Volodymyr Zelensky ha chiesto a Papa Francesco di aiutare a garantire la liberazione degli ucraini detenuti dalla Russia. Secondo un comunicato della Santa Sede, il leader ucraino ha successivamente incontrato il capo della diplomazia vaticana per discutere «la situazione della guerra […] nonché i modi in cui essa potrebbe giungere a una conclusione»[76].
Il 13 dicembre 2024, il primate della Chiesa ortodossa d’Ucraina, metropolita Epifanij, ha incontrato Papa Francesco a Roma. Pochi giorni dopo, indiscrezioni sulla possibilità di una visita del pontefice in Ucraina hanno alimentato le speranze che il Santo Padre potesse aver accettato un invito a recarsi nel Paese in guerra nel 2025[77].
Libertà religiosa nei territori controllati dall’Ucraina
Il conflitto e le sue ripercussioni sulle Chiese ortodosse e sui fedeli hanno sollevato interrogativi anche riguardo alla libertà religiosa nelle aree sotto controllo ucraino. Dall’invasione russa del febbraio 2022, la Chiesa ortodossa ucraina del Patriarcato di Mosca (UOC-MP) è stata sottoposta a un crescente scrutinio per i presunti legami con lo Stato russo. Le autorità ucraine, sempre più sospettose nei confronti di chiunque intrattenga rapporti con la Chiesa ortodossa russa, hanno arrestato religiosi con accuse di spionaggio a favore di Mosca e avviato procedimenti penali contro sacerdoti accusati di diffondere propaganda filo-russa. Molti sono stati condannati per alto tradimento, collaborazione con il nemico e favoreggiamento dello Stato aggressore, con pene detentive significative[78].
La diffidenza e l’ostilità verso la Chiesa ortodossa ucraina legata al Patriarcato di Mosca e il suo clero hanno continuato a crescere. All’inizio del 2023, l’opinione pubblica è stata scossa dalla diffusione, da parte del Servizio di sicurezza ucraino (SBU), di intercettazioni in cui il metropolita Pavel Lebed, abate del monastero della Lavra delle Grotte di Kyiv — il sito ortodosso più venerato del Paese — avrebbe elogiato l’invasione russa[79].
Il 1° aprile 2023, il metropolita Pavel è stato posto agli arresti domiciliari con imputazione ai sensi del paragrafo 1 dell’Art. 161 del Codice penale ucraino («violazione dell’uguaglianza dei cittadini sulla base di razza, nazionalità, regione, credo religioso») e del paragrafo 1 dell’Art. 436-2 («giustificazione, negazione dell’aggressione armata russa contro l’Ucraina, glorificazione dei suoi partecipanti»)[80]. Il metropolita Pavel ha negato le accuse, dichiarando in tribunale: «Non sono mai stato dalla parte dell’aggressione, questa è la mia terra»[81].
Altri casi includono quello di padre Andriy Pavlenko, sacerdote della Chiesa ortodossa d’Ucraina, che nel dicembre 2023 è stato condannato a 12 anni per aver passato ai russi informazioni sulle posizioni ucraine in Donbas[82]. Una settimana dopo è stato inviato in Russia come parte di uno scambio di prigionieri. Il 23 giugno 2024, il Patriarcato di Mosca ha annunciato il rilascio dagli arresti domiciliari e lo scambio di prigionieri di un altro alto prelato condannato in Ucraina in relazione alla guerra. Si tratta del metropolita Jonathan di Tulchin e Bratslav, accusato di aver distribuito volantini filo-russi tra i suoi fedeli e di aver pubblicato sul sito della sua diocesi dichiarazioni a sostegno della supremazia della Chiesa ortodossa ucraina legata al Patriarcato di Mosca sulla Chiesa ortodossa d’Ucraina e dell’invasione russa. Il 8 agosto 2023 un tribunale di Vinnycja lo aveva condannato a cinque anni di reclusione[83].
Anche le tensioni tra sostenitori della Chiesa ortodossa ucraina (UOC) e della Chiesa ortodossa d’Ucraina (OCU) hanno dato luogo a episodi di violenza. Nell’ottobre 2024, a Čerkasy, uomini mascherati hanno fatto irruzione nella cattedrale di San Michele durante una funzione serale, ferendo diverse persone, tra cui il metropolita Feodosij (Snegiryov) della Chiesa ortodossa ucraina — agli arresti domiciliari con l’accusa di collaborazione con le forze russe nel 2022. Gli aggressori hanno danneggiato arredi e distrutto documenti. La Chiesa ortodossa ucraina ha accusato la polizia di non essere intervenuta[84], mentre la Chiesa ortodossa d’Ucraina ha sostenuto che gli scontri fossero una provocazione orchestrata per screditare l’Ucraina e alimentare la propaganda russa[85].
La guerra lanciata dalla Russia ha inciso profondamente sulla vita e sulla fede di tutte le comunità religiose presenti in Ucraina. Prima del conflitto, il Paese ospitava una consistente popolazione ebraica, stimata tra 45.000 e 140.000 persone, a seconda dei criteri utilizzati per l’identificazione. Dopo l’invasione russa, circa 25.000 ebrei sono fuggiti e altre migliaia sono stati sfollati internamente. Circa 15.000 ebrei e i loro familiari sono emigrati in Israele, dove si sono poi trovati coinvolti in un ulteriore conflitto[86].
La guerra ha anche prodotto una frattura tra ebrei russi e ucraini[87], ma al contempo ha favorito nuove forme di solidarietà all’interno delle comunità ebraiche rimaste nel Paese e di quelle rifugiate all’estero. A Odessa, uno dei principali centri della vita ebraica sulla costa del Mar Nero, alcuni leader religiosi hanno guidato intere comunità fuori dall’Ucraina, mentre altri hanno optato per un trasferimento temporaneo. Gli ebrei in difficoltà hanno trovato sostegno rivolgendosi a queste comunità, riprendendo in molti casi la pratica religiosa sia come forma di resilienza personale sia come mezzo per aiutare gli altri[88].
Il conflitto ha trasformato anche la comunità musulmana ucraina. Per anni, piccoli gruppi di musulmani avevano lasciato la Russia per stabilirsi in Ucraina, spinti dalle guerre nel Caucaso settentrionale e attratti da una normativa meno restrittiva nei confronti dei movimenti islamici non tradizionali banditi in Russia, come Hizb ut-Tahrir. Col tempo, tuttavia, le autorità ucraine hanno iniziato a manifestare crescenti preoccupazioni nei confronti dei musulmani di origine russa, intensificando il monitoraggio delle aree di insediamento e di preghiera dei migranti[89]. Con l’inizio della guerra contro la Russia nel 2014, la percezione è mutata: quasi tutte le comunità musulmane in Ucraina hanno assunto una posizione inequivocabilmente filo-ucraina, rafforzando la fiducia del governo nei loro confronti[90].
Nel 2023 il presidente Volodymyr Zelensky ha inaugurato una nuova tradizione, e ripetuta nel 2024, rendendo omaggio ai soldati musulmani e partecipando, insieme ai leader del Mejlis (Parlamento) dei tatari di Crimea, all’Iftar — il pasto serale che interrompe il digiuno durante il mese sacro di Ramadan[91].
Prospettive per la libertà religiosa
Dall’indipendenza negli anni ’90, l’Ucraina ha promosso una tradizione di libertà religiosa. Il presidente Volodymyr Zelensky è ebreo, mentre il ministro della Difesa Rustem Umerov è musulmano. Secondo studiosi di religione, «in Ucraina si praticano liberamente e senza interferenze un centinaio di religioni»[92]. Tuttavia, dopo oltre tre anni di guerra su vasta scala, la libertà religiosa è sempre più compromessa, soprattutto nei territori occupati dalla Russia. Nonostante i ripetuti negoziati di pace, i colloqui restano incerti e una soluzione realistica non appare prossima. Per i fedeli e le comunità religiose nelle aree occupate, la prospettiva più probabile è quella di restare sotto un controllo russo sempre più radicato, con le autorità di occupazione impegnate a consolidare l’integrazione delle “nuove regioni” nella Federazione Russa.
La guerra mette alla prova anche i fedeli nei territori sotto controllo governativo, a causa delle crescenti tensioni tra le due principali Chiese ortodosse. Una legge, che il presidente Zelensky ha definito strumento per difendere la “sovranità spirituale”[93] dell’Ucraina, vieterebbe le congregazioni legate alla Chiesa ortodossa russa. Il rischio di discriminazione risulta quindi elevato. Per le autorità ucraine, conciliare le esigenze di sicurezza con il rispetto del pluralismo e della libertà religiosa rimane, e continuerà a rimanere, un compito complesso.
Le prospettive per la libertà religiosa restano complessivamente negative, sebbene con differenze significative tra le diverse regioni del Paese diviso.
Fonti